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I Neet diminuiscono, i divari restano: chi sono i giovani italiani fuori da scuola e lavoro

05 Ottobre 2026 - 11:17 Greta Ardito
neet italia
Nel 2015 un giovane su quattro non lavorava né studiava, oggi la quota è scesa al 13,3%
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Neet è una di quelle sigle che sembrano spiegare tutto e invece raccontano soltanto ciò che manca. Not in Education, Employment or Training: niente scuola, niente formazione, niente impiego. E in quello spazio vuoto è facile infilare lo stereotipo del giovane sul divano, senza lavoro e con poca voglia di cercarselo. È una caricatura comoda, che nasconde però una realtà ben più affollata.

«I Neet sono una categoria eterogenea. Il problema è considerarli tutti come persone che hanno solo bisogno di aiuto per trovare un lavoro. Ma i disoccupati, cioè quelli che lo cercano effettivamente, sono circa un terzo del totale», spiega Tito Boeri, professore di economia del lavoro all’Università Bocconi ed ex presidente dell’Inps. Nella stessa casella convivono infatti storie molto diverse. Ci sono i curriculum spediti senza risposta, ma anche contratti che vanno e vengono, figli o genitori da accudire, italiani di seconda generazione con barriere linguistiche e culturali, e fragilità personali che rendono più difficile affacciarsi sul mercato del lavoro. E c’è chi, dopo una lunga trafila di porte chiuse, a un certo punto ha smesso persino di bussare.

La discesa non è uguale per tutti

Se tracciare l’identikit dei Neet è complicato, seguirne la traiettoria è molto più semplice. E negli ultimi dieci anni la direzione è stata netta: verso il basso. Secondo l’Istat, nel 2015 in Italia non studiava né lavorava il 25,7% dei giovani tra i 15 e i 29 anni, praticamente uno su quattro. Nel 2025 la quota si è fermata al 13,3%: quasi la metà.

Il passo avanti si vede ancora meglio allargando lo sguardo oltre i confini italiani. Dieci anni fa l’Italia aveva la quota di Neet più alta dell’intera Unione europea; oggi resta sopra la media dell’11%, ma nel frattempo è stata superata da Romania, Bulgaria e Grecia. Soprattutto, nessun altro Paese europeo ha registrato nello stesso periodo una flessione altrettanto marcata. Il terreno da recuperare, però, non è finito: l’obiettivo fissato dall’Unione europea per il 2030 è scendere sotto il 9%.

quota neet dimezzata in dieci anni

La media nazionale, poi, ha il difetto di tutte le medie: spiana le differenze. E in Italia, quando si guarda alla geografia dei Neet, emerge una frattura profonda. Al Nord è fuori da studio e lavoro l’8,7% dei giovani tra i 15 e i 29 anni, al Centro l’11,8%, mentre nel Mezzogiorno si supera il 20%. Tradotto: al Sud è Neet circa un giovane su cinque, al Nord meno di uno su dieci.

Quando contano età, genere e cittadinanza

Ma le distanze non si fermano alla geografia. Conta anche l’età: tra i 15 e i 19 anni coloro che non studiano e non lavorano sono appena il 4,5%; tra i 25 e i 29 la quota arriva al 20%. E proprio mentre cresce l’età, i numeri di uomini e donne cominciano a divergere. Nel complesso è Neet quasi il 15% delle giovani donne, contro poco meno del 12% degli uomini. Tra i 25 e i 29 anni, però, la forbice si apre: 24,9% contro 15,5%. Quasi una giovane donna su quattro. «È un divario su cui incidono probabilmente i carichi familiari e di cura dei figli, che continuano a frenare soprattutto la partecipazione femminile al mercato del lavoro», osserva Andrea Garnero, economista presso la Direzione per l’Occupazione, il Lavoro e gli Affari sociali dell’Ocse.

Genere e cittadinanza finiscono poi per incrociarsi. Tra i giovani italiani i Neet sono il 12,2%; tra gli stranieri quasi il doppio, il 24%. Ma è fra le donne che lo scarto si fa più netto: tra le italiane la quota è del 13%, tra le giovani straniere sfiora il 35%. Più di una su tre. A pesare, secondo Boeri, è anche la minore disponibilità di reti familiari: «Le persone straniere hanno spesso meno possibilità di ricorrere all’aiuto dei nonni o a forme di assistenza informale nella cura dei figli. A questo si aggiungono problemi più generali di integrazione».

La scuola non spiega tutto

Meno lineare è il rapporto con l’istruzione. A prima vista, anzi, i numeri sembrano andare nella direzione sbagliata: la quota più alta di Neet non si trova tra chi ha studiato meno, ma tra i diplomati. È il 15%, contro il 12% di chi ha al massimo la licenza media e l’11,1% dei laureati.

Il titolo di studio individuale, però, è solo una parte del quadro. Un’altra affiora guardando al contesto familiare. Tra i Neet che vivono ancora con i genitori, circa la metà viene da famiglie in cui il titolo di studio più alto non supera la licenza media; quasi tre su dieci, invece, vivono in nuclei in cui nessuno dei genitori lavora. Il peso delle origini, insomma, non si ferma sulla soglia della scuola: può accompagnare i giovani anche all’ingresso nella vita adulta e nel mercato del lavoro.

Il salto nel mondo del lavoro

E i problemi spesso cominciano proprio quando quella soglia bisogna attraversarla. Il passaggio dagli studi al lavoro in Italia resta più accidentato che altrove: nel 2025, tra i giovani dai 20 ai 34 anni che hanno concluso da uno a tre anni un percorso di istruzione secondaria superiore o terziaria, lavora il 71,8%. Nell’Unione europea si arriva all’83%. «In Italia c’è un salto troppo netto tra il mondo degli studi e quello del lavoro», osserva Garnero. Scuola, università e mercato del lavoro, spiega, restano ancora «sistemi quasi a tenuta stagna: si può arrivare alla fine degli studi e ritrovarsi di colpo davanti a un mondo completamente nuovo». E riuscire a entrare è una cosa, rimanervi è un’altra. Per alcuni giovani il percorso procede a strappi, tra esperienze brevi e contratti precari che faticano a trasformarsi in una traiettoria professionale stabile.

Il rischio di restare Neet

Anche uscire dalla condizione di Neet, del resto, richiede tempo. Più della metà dei giovani che nel 2024 non studiavano né lavoravano erano nella stessa situazione l’anno successivo. Non conta, allora, soltanto quanti siano i Neet, ma anche quanto a lungo rimangano tali. Una percentuale può scendere rapidamente; assai più lentamente possono cambiare le vite che quel numero lascia in ombra.

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