Milano, parlano i ragazzi della piazza: «Siamo la generazione del precariato» – Le interviste
Delle proteste avvenute a Milano il 17 e 18 ottobre si è detto tutto e il contrario di tutto: c’è chi ha parlato di violenze incontrollate per mano di giovanissimi e inconsapevoli maranza, chi della necessità di regolamentare TikTok – luogo sul quale sembrano essere state organizzate le sommosse – e chi dell’importanza di distinguere le proteste pacifiche di sabato, nate da richieste precise, dalla devastazione ingiustificata del giorno seguente. La realtà è che le une e le altre sono accomunate da una sensazione molto diffusa fra i giovanissimi: quella di sentirsi impotenti e arrabbiati di fronte alla precarietà del proprio futuro. E la violenza, spesso, diventa l’effetto collaterale di questa rabbia generazionale.
Cos’è “Italia in Piazza” e com’è nato il gruppo di Milano
In un’intervista a Open, Gaia, 16 anni e tra gli organizzatori della piazza di Milano, racconta com’è nata l’idea di Italia in Piazza: «L’iniziativa è partita in maniera molto indipendente da una ragazza di Roma, Ludovica, che ha voluto creare una community facendo girare le informazioni sui social come TikTok e Instagram. Confrontandoci, abbiamo organizzato i gruppi nelle varie città e poi stilato una lista di motivi principali per cui volevamo manifestare: il carovita, le condizioni scolastiche, la sanità inaccessibile, stipendi e affitti fuori controllo».
Gaia spiega anche la decisione di organizzare un corteo apartitico, pacifico e aperto a tutti, che oltre agli studenti ha coinvolto lavoratori e insegnanti. «La rabbia ce l’avevamo dentro anche noi, ma la violenza è nata in un altro modo. Il corteo è partito da Piazza Duomo» racconta «ed eravamo molto carichi». Poi, aggiunge, alla manifestazione si sono uniti altri gruppi che sono stati coinvolto in seguito negli scontri con la polizia.
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Una convocazione anonima e collettiva
La realtà è che la manifestazione di Italia in Piazza si è trasformata in un agglomerato di richieste e rivendicazioni, alcune anche inconsapevoli. Ha coinvolto gruppi di ragazzi scollegati, senza appartenenze politiche o ideologiche, senza premeditazione e senza una regia. C’era però un sentimento che li accomunava tutti: la stanchezza e il bisogno di reagire. Un redattore di Milano in Movimento (MiM) – una piattaforma indipendente che racconta le cronache milanesi dando voce ai movimenti sociali, ai collettivi studenteschi e ai centri sociali autogestiti – spiega a Open: «Queste manifestazioni sono il frutto di una convocazione anonima e collettiva; non appartenevano necessariamente a un’unica rivendicazione e interrogarsi sull’organizzazione locale delle proteste non ha neanche senso. La verità è che c’erano un po’ tutti. Il collante generazionale è sicuramente l’opposizione al governo attuale, che di fatto ha peggiorato le condizioni di vita di tutti. Credo ci sia stata una condivisione del substrato culturale a partire dalle grandi mobilitazioni per Gaza, che sono state la prima grande rottura del consenso di questo governo».
Le rivendicazioni
Il carovita, i salari fermi da 30 anni, la mancanza di fondi per la scuola, il nuovo decreto legge che limita il numero di studenti stranieri in ogni classe, l’ascensore sociale bloccato, il riarmo dell’Europa e la crisi umanitaria in Palestina: sono solo parte delle rivendicazioni che animano le piazze. Alcune le accomunano con quelle esplose in Francia, Serbia, Spagna, Brasile, Cile e India: tutte, però, raccontano di una generazione spossata. Francesco, insegnante di una scuola secondaria di secondo grado nella periferia milanese, parla di un mondo «che tradisce quotidianamente le sue promesse: cresci dicendo che diventerai un calciatore o un rapper e poi non diventi nulla di tutto questo».
«A scuola entro ogni giorno in contatto con questi ragazzini che vivono una vita spesso dissociata, sono pieni di difficoltà e di rabbia di cui non capiscono la provenienza. Molti vivono in famiglie che faticano ad arrivare a fine mese, con case o lavori precari e situazioni a volte di violenza. Le seconde generazioni hanno traumi intergenerazionali derivati dalla migrazione. Ci sono dinamiche completamente sommerse che sono la sostanza emotiva e affettiva di questa generazione. Quando vedi una ribellione altrove ti ci riconosci perché vorresti esprimere la tua di rabbia, anche in modo gioioso ed entusiasta. Una delle caratteristiche della Francia non è solo l’occupazione delle strade o gli elementi estetici come il fuoco, ma è anche la gente che fa le aura battle, balla di fronte alla polizia. Sanno benissimo cosa stanno facendo: vogliono fare la rivoluzione. Esprimono una rabbia che vorrebbe ribaltare la società attraverso l’entusiasmo che finalmente libera dalla sofferenza, dall’oppressione, dalla repressione».
Una violenza che va analizzata
Fermarsi a un’analisi sterile delle violenze avvenute a Milano risulta – secondo chi ha partecipato – riduttivo e fine a se stesso. «Milano è la città più europea d’Italia» conclude Milano in Movimento «cioè quella in cui il progetto neoliberista di svuotamento delle città, di costruzione di città-vetrina per il turismo di lusso ha avuto le conseguenze maggiori. C’è uno svuotamento del centro, che è diventato ricchissimo, mentre le persone vengono espulse nelle periferie e non possono più attraversare il centro perché è pieno di zone rosse con poteri di polizia più pesanti (zone inaccessibili per i prezzi e dove i controlli sono maggiori, ndr). Le case costano tantissimo e gli scandali immobiliari hanno mostrato la contraddizione di una città completamente privatizzata. Le proteste sono nate dalla rabbia spontanea dell’esperienza: queste persone esperiscono l’esclusione ogni giorno, e le persone razzializzate molto di più». Parlando con alcuni di loro, emerge la paura che sta nascendo dentro questi ragazzi: quella di essere lasciati indietro, di non avere un futuro davanti a sé.

