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Email, chat e codice aziendale all’asta: il mercato segreto dei dati umani per addestrare l’AI

25 Ottobre 2026 - 15:58 Alba Romano
dati umani
Istituti di ricerche ma anche aziende dell'IA vanno a caccia dei resti delle conversazioni tra colleghi nelle aziende andate in fallimento e chiusura. Il fenomeno in crescita oltreoceano e i limiti europei con la tutela dell'AI Act
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Quando un’azienda chiude, un ufficio viene dismesso e i suoi documenti e i suoi file vengono letteralmente archiviati si apre un mercato, sconosciuto ai più, in cui tutte queste informazioni vengono messe in vendita. A comprarle, spiega il Sole 24 Ore, big tech che si occupano di intelligenza artificiale, interessate ai dati umani utili per addestrare le loro IA.

Il caso Spirit Airlines

Il fenomeno è ben descritto in un’inchiesta pubblicata il 13 ottobre da Mit Technology Review: codice, email, calendari e chat diventano merce interessante per società terze. Come è avvenuto per Spirit Airlines. Google si è aggiudicata ad agosto un’asta da 10 milioni di dollari per un archivio comprendente 100 milioni di email e 500 milioni di messaggi Teams. Ma di mezzo c’è la privacy degli ex dipendenti e per questo è attesa un’udienza per decidere nel merito della liceità della compravendita. Anche se il colosso ha dichiarato che tutte le informazioni personali saranno escluse oppure deidentificate da un soggetto indipendente prima della consegna.

Chi sono i cacciatori dei dati umani

Ma c’è anche chi nel settore sembra essersi portato avanti: come SimpleClosure, che assiste le start up nella chiusura ed ha creato Asset Hub, strumento utile a vendere o concedere in licenza codice e dati degli ambienti di lavoro. I suoi clienti sono aziende AI e laboratori di ricerca. C’è da chiedersi come possa interessare il materiale di un’azienda finita in fallimento. Su questo tema il Mit associa anche il bisogno di reinforcement learning, ovvero palestre digitali nelle quali un agente tenta di completare un compito e riceve una valutazione dell’esito. Se oltreoceano il rischio è quello di un mercato selvaggio dei dati umani per fortuna in Europa questo non è possibile. Grazie all’Ai Act ci sono obblighi di documentazione, rispetto del copyright e trasparenza sui contenuti di addestramento. Incluso il divieto di raccolta indiscriminata di immagini da internet o telecamere per creare banche dati di riconoscimento facciale. Il punto però è non quanto valgano le nostre chat, e-mail e video con colleghi, ma chi può riuscire a trasformarli in una palestra per l’intelligenza artificiale. 

(Foto di Annie Spratt su Unsplash)

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