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Israele, i partiti arabi possono fermare Netanyahu. Ma nessuno li vuole al governo – L’analisi di Francesca Mannocchi

25 Ottobre 2026 - 08:59 Francesca Mannocchi
Arabia israeliani protesta guerra Gaza
Dallo storico ingresso al governo nel 2021 alle divisioni di oggi: la battaglia dei partiti arabi per conquistare peso politico in Israele. La terza puntata del racconto di Francesca Mannocchi verso il voto del 27 ottobre
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Martedì 27 ottobre Israele torna alle urne e il voto dei suoi cittadini arabi, un quinto della popolazione, potrebbe essere decisivo per la formazione del prossimo governo. Le ultime rilevazioni assegnano alle due liste arabe tra i 14 e i 15 seggi, un risultato che riporterebbe la loro rappresentanza parlamentare ai livelli del 2020. Il loro peso elettorale cresce proprio mentre Benjamin Netanyahu e gran parte dei suoi avversari condividono un punto fermo: escludere i partiti arabi da qualsiasi futura coalizione di governo.
Il Likud ha trasformato il peso elettorale dei cittadini arabi in uno degli argomenti della campagna contro Gadi Eisenkot, ex capo di stato maggiore dell’esercito e leader di Yashar. Lo slogan “Non c’è Gadi senza Tibi” allude ad Ahmad Tibi, leader di Ta’al, formazione che insieme a Hadash e Balad compone la Lista Comune, l’alleanza dei partiti a maggioranza araba. Il riferimento è anche a Mansour Abbas, alla guida di Ra’am, partito nato dall’ala meridionale del Movimento islamico, che nel 2021 entrò nella coalizione di governo di Naftali Bennett e che oggi, dopo essersi separato dal Movimento islamico, ha aperto le proprie fila anche ai cittadini ebrei. Il messaggio di Netanyahu è che Eisenkot avrebbe bisogno dei loro voti per governare. Eisenkot ha risposto promettendo una maggioranza di almeno 61 deputati sionisti, escludendo i partiti arabi dalla futura coalizione. La campagna elettorale mette così in evidenza una convergenza tra il primo ministro e uno dei suoi principali avversari: entrambi riconoscono il peso decisivo che il voto arabo potrebbe avere sugli equilibri della prossima Knesset ed entrambi rifiutano di tradurre quel peso in una partecipazione al governo.

Qui gli altri due reportage dello speciale di Francesca Mannocchi per Open sul voto Israeliano Il primo dedicato al tema cruciale della sicurezza, il secondo alla leva degli ultraortodossi

I partiti arabi in Israele


I partiti arabi arrivano a queste elezioni divisi sulle strategie, uniti dalla consapevolezza che i loro voti potrebbero decidere il futuro di Netanyahu. Da una parte c’è la Lista Comune, che tiene insieme tre storie politiche diverse: Hadash, la formazione ebraico-araba guidata da Yousef Jabareen; Ta’al di Ahmad Tibi; e Balad, il partito del nazionalismo palestinese. Dall’altra c’è Ra’am, guidata da Mansour Abbas, che nel 2021 riuscì a portare per la prima volta un partito arabo indipendente dentro una coalizione di governo israeliana. Tibi è disposto a sostenere dall’esterno un esecutivo che metta fine all’era Netanyahu, a condizione che la sicurezza nelle città arabe, gli investimenti pubblici, l’uguaglianza dei diritti e la questione palestinese entrino nell’agenda del prossimo governo. Abbas vuole tornare a sedere al tavolo dove si prendono le decisioni. Per rendere esplicita la sua scommessa ha scelto come numero due della lista Yoav Segalovitz, ebreo, sionista, ex alto dirigente della polizia e viceministro della Sicurezza pubblica con Yesh Atid. Un uomo che proviene dalle istituzioni dello Stato israeliano candidato in un partito nato dall’islam politico. Abbas affida a questa scelta un messaggio preciso: la partecipazione degli arabi al governo può diventare una pratica politica, come già accaduto nel 2021, e non soltanto un’ipotesi da evocare in campagna elettorale per spaventare gli elettori.

Mansour Abbas, leader del partito arabo Ra’am in uno scatto del 2021 EPA/ABIR SULTAN / POOL EPA POOL


A rendere queste elezioni particolarmente urgenti, nelle città e nelle aree arabe, c’è una questione che riguarda la vita quotidiana prima ancora della rappresentanza politica: la sicurezza. Nel 2025, secondo Abraham Initiatives, 252 persone sono state uccise nelle comunità arabe israeliane, il numero più alto mai registrato. Erano state 230 nel 2024. Al 13 ottobre di quest’anno le vittime erano già almeno 185. Dietro queste cifre c’è la vita quotidiana di intere comunità, dove le organizzazioni criminali si contendono il controllo del territorio, impongono il racket ai commercianti, infiltrano le economie locali e ricorrono alle armi per regolare i propri conflitti. La violenza è entrata nella vita delle città e dei villaggi arabi, alimentando un senso di insicurezza che accompagna la quotidianità di migliaia di famiglie. E insieme alla paura cresce la sfiducia verso uno Stato che, per molti cittadini arabi, continua a mostrarsi incapace di garantire loro la stessa protezione di cui godono gli altri israeliani. La responsabilità della polizia ricade sul ministero della Sicurezza nazionale, guidato da Itamar Ben-Gvir, uno degli uomini più radicali della coalizione di Netanyahu. Nelle comunità arabe, dove da anni si denuncia l’assenza di una risposta adeguata dello Stato, la prospettiva di ritrovarlo al governo per un altro mandato sta diventando una ragione per tornare alle urne. Per una parte dell’elettorato che in passato aveva scelto l’astensione come gesto di sfiducia, il voto assume oggi il significato molto concreto di una richiesta di protezione.

A sinistra Ahmad Tibi, leader di Ta’al, formazione che insieme a Hadash e Balad compone la Lista Comune, l’alleanza dei partiti a maggioranza araba EPA/ABIR SULTAN

Una cittadinanza sotto condizione

Per comprendere il peso che il voto arabo può avere sulle prossime elezioni israeliane bisogna riavvolgere il nastro della storia e tornare alle condizioni in cui si è formata la rappresentanza politica dei cittadini palestinesi di Israele, alle battaglie che ne hanno accompagnato l’emancipazione, alle volte in cui il loro voto è diventato decisivo e a quelle in cui l’astensione è stata l’unico modo per esprimere la distanza dallo Stato. Perché dietro la discussione di oggi, dietro i calcoli sui seggi e le alleanze possibili, c’è una questione che accompagna Israele dalla sua fondazione: quale spazio politico riconoscere ai palestinesi. È una storia necessaria per capire perché, a quasi ottant’anni dalla nascita di Israele, il diritto dei cittadini arabi a votare sia acquisito, mentre la legittimità dei loro rappresentanti a contribuire alla formazione di un governo continui a essere oggetto di contesa.


Il 17 marzo 2015, mentre gli israeliani erano ancora ai seggi, Benjamin Netanyahu pubblicò un video in cui avvertiva che gli elettori arabi stavano “affluendo in massa alle urne”, trasportati dalle organizzazioni di sinistra. Era il primo ministro di un Paese democratico che chiamava a raccolta i propri elettori indicando la partecipazione al voto di altri cittadini dello stesso Paese come un pericolo. Il Likud vinse quelle elezioni e quella frase è rimasta nella memoria politica israeliana perché rendeva esplicita una diffidenza molto più antica, l’idea cioè che la mobilitazione elettorale araba possa alterare gli equilibri legittimi del potere.
I cittadini arabi di Israele sono circa 2,2 milioni, poco più di un quinto della popolazione. La loro incidenza sull’elettorato è inferiore al peso demografico: la popolazione è mediamente più giovane e le statistiche comprendono anche i palestinesi di Gerusalemme Est, che nella grande maggioranza hanno lo status di residenti permanenti e quindi non partecipano alle elezioni della Knesset. Dentro questa definizione convivono storie, appartenenze e rapporti diversi con lo Stato: musulmani, cristiani, drusi, beduini del Negev. Anche il modo di riconoscersi nell’identità palestinese, di intendere quella israeliana e di esercitare la cittadinanza cambia da una comunità all’altra. Una parte significativa di questi cittadini ha legami familiari, affettivi e storici con i palestinesi di Gaza e della Cisgiordania e da tre anni vive la guerra anche attraverso quei legami, mentre partecipa alla vita politica del Paese che la conduce. Per i cittadini palestinesi di Israele, dunque, ogni elezione riapre una questione che accompagna la loro storia dalla fondazione dello Stato: quanto possano incidere sulle decisioni di un Paese al quale appartengono come cittadini e dal quale continuano a chiedere piena uguaglianza.


Per quasi vent’anni dopo la fondazione di Israele, fino al 1966, gran parte della popolazione araba rimasta entro i confini dello Stato ha vissuto sotto un regime militare che regolava gli spostamenti, limitava l’accesso al lavoro e sottoponeva molti aspetti della vita quotidiana al controllo delle autorità. Il diritto di voto esisteva già allora. Veniva esercitato da cittadini che avevano bisogno di permessi per muoversi da un villaggio all’altro. Negli anni Cinquanta e Sessanta, una parte della rappresentanza araba passava attraverso le liste satellite del Mapai, il partito di David Ben Gurion, legate al sistema di potere laburista. Un’altra trovava spazio nel Partito comunista, dove arabi ed ebrei condividevano militanza e organizzazione politica. Da quella tradizione sarebbe nata Hadash, la formazione ebraico-araba che ancora oggi rivendica l’uguaglianza civile, la fine dell’occupazione e una diversa relazione tra le due comunità nazionali.

Le ferite di una memoria collettiva


La costruzione di una coscienza politica palestinese autonoma all’interno di Israele è passata anche attraverso due fratture che continuano a segnare la memoria collettiva. Il 30 marzo 1976, durante lo sciopero generale contro gli espropri di terre arabe in Galilea, sei palestinesi furono uccisi dalle forze di sicurezza israeliane. Il Giorno della terra è diventato da allora una delle ricorrenze centrali dell’identità politica palestinese, celebrata tanto nelle comunità arabe di Israele quanto nei territori occupati. Ventiquattro anni dopo, nell’ottobre del 2000, nei primi giorni della seconda intifada, la polizia israeliana represse le proteste nelle città arabe. Furono uccisi tredici palestinesi, dodici cittadini israeliani e un residente di Gaza. La commissione statale d’inchiesta presieduta dal giudice Theodor Or, istituita per indagare su quelle morti, arrivò nel 2003 a una conclusione che andava oltre le responsabilità della polizia: lo Stato aveva trascurato e discriminato per decenni la propria minoranza araba, lasciando crescere disuguaglianze profonde nell’accesso alle risorse, all’istruzione, al lavoro e alla terra. Pochi mesi dopo le uccisioni, alle elezioni per il primo ministro del febbraio 2001, soltanto il 18 per cento degli elettori arabi andò a votare. Tra chi si presentò alle urne, uno su tre lasciò la scheda bianca. Fu uno dei più grandi boicottaggi elettorali nella storia di Israele, una rottura profonda nel rapporto tra i cittadini palestinesi e le istituzioni dello Stato. Da allora, l’affluenza araba è diventata anche una misura della fiducia nella politica, della distanza dalle istituzioni e della convinzione che il proprio voto possa contribuire a cambiare le cose.

Una foto di archivio del 13 settembre 1993 mostra la stretta di mano tra il presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton, il premier israeliano Isaac Rabin e il presidente dell’Olp, Yasser Arafat a Washington, dopo la firma dello storico accordo di pace. ARCHIVIO ANSA/ KLD

Nel frattempo, soprattutto dagli anni Novanta, la rappresentanza politica araba aveva cominciato ad assumere forme nuove. Azmi Bishara fondò Balad, dando voce a un nazionalismo palestinese che rivendicava la trasformazione di Israele in uno Stato di tutti i suoi cittadini. Ahmad Tibi costruì Ta’al, il Movimento arabo per il rinnovamento. Nel 1996 nacque Ra’am, espressione politica dell’ala meridionale del Movimento islamico, con un forte radicamento tra i beduini del Negev. Dietro le differenze ideologiche c’erano modi diversi di rispondere a una domanda che era sempre la stessa: come ottenere uguaglianza e potere politico dentro uno Stato nel quale la maggioranza ebraica conserva il controllo delle istituzioni e la definizione dell’identità nazionale.

C’è un precedente che aiuta a capire quanto il peso parlamentare dei cittadini arabi continui a essere una questione irrisolta nella politica israeliana. Nel 1992 Yitzhak Rabin tornò al governo alla guida di una coalizione di 62 deputati, composta dai laburisti, da Meretz e dal partito ultraortodosso Shas. Accanto alla maggioranza c’erano altri cinque parlamentari, tre di Hadash e due del Partito democratico arabo, che sostenevano il governo dall’esterno. Nel settembre del 1993, nei giorni in cui Israele e l’Organizzazione per la liberazione della Palestina si riconobbero reciprocamente e firmarono a Washington il primo accordo di Oslo, Shas abbandonò la coalizione. Rabin perse la maggioranza autonoma e il sostegno dei cinque deputati arabi divenne essenziale per la sopravvivenza del governo e la prosecuzione del processo di pace. Fu uno dei momenti in cui emerse con maggiore evidenza la questione della legittimità politica della rappresentanza araba. Cinque parlamentari, eletti alla Knesset, potevano contribuire a mantenere in carica un governo impegnato a negoziare con i palestinesi. La destra contestava che decisioni tanto importanti per la sicurezza e il futuro territoriale di Israele potessero dipendere dai voti di partiti arabi. Quella controversia avrebbe accompagnato il processo di Oslo e sarebbe tornata, negli anni successivi, ogni volta che la formazione di una maggioranza parlamentare rendeva necessario il loro sostegno. Trentatré anni dopo, il problema si ripresenta nella campagna contro Netanyahu. Gadi Eisenkot cerca i numeri per costruire un governo alternativo e rivendica una maggioranza di partiti sionisti. I partiti arabi si dichiarano disponibili, con strategie differenti, a contribuire alla formazione di un nuovo esecutivo. La distanza tra queste due posizioni racconta una continuità della politica israeliana: il voto dei cittadini palestinesi può diventare decisivo per gli equilibri della Knesset, mentre la possibilità che i loro rappresentanti partecipino alle scelte di governo continua a incontrare la resistenza di una parte significativa dei partiti ebraici.

Il prezzo dell’unità

Nel 2014 una modifica della legge elettorale costrinse i partiti arabi a ripensare la propria rappresentanza. La Knesset alzò dal 2 al 3,25 per cento la soglia minima di voti necessaria per entrare in Parlamento, mettendo a rischio la sopravvivenza delle formazioni più piccole. Hadash, Balad, Ta’al e Ra’am, divisi per storia, ideologia e rapporto con lo Stato israeliano, decisero di presentarsi insieme. Nacque così la Lista Comune, guidata da Ayman Odeh, che alle elezioni del 2015 conquistò tredici seggi e diventò la terza forza parlamentare. Quattro partiti che fino a quel momento avevano seguito strade diverse trovarono nell’unità il modo di difendere il peso politico dei cittadini arabi.


Fu un equilibrio difficile da mantenere. Nell’aprile 2019 i partiti tornarono a dividersi e la partecipazione araba crollò. Quella campagna fu segnata anche dalla decisione del Likud di distribuire telecamere nascoste a circa milleduecento osservatori nei seggi delle località arabe, ufficialmente per prevenire brogli, secondo i rappresentanti arabi per intimidire gli elettori. Alle elezioni successive l’alleanza si ricompose e nel marzo 2020 raggiunse quindici seggi, il risultato più alto della sua storia. Tutti i suoi deputati indicarono Benny Gantz, ex capo di stato maggiore e principale avversario di Netanyahu, come candidato alla guida del governo. Poi Gantz scelse di governare con Netanyahu. Quei quindici parlamentari, che avevano contribuito a rendere possibile un cambio di maggioranza, rimasero all’opposizione. Il successo elettorale aveva mostrato quanto il voto arabo potesse pesare, ma la formazione del governo mostrò quanto fosse ancora difficile trasformarlo in potere politico.


Mansour Abbas scelse allora un’altra strada. Nel 2021 portò Ra’am fuori dalla Lista Comune e offrì il proprio sostegno a chi fosse disposto a negoziare sulle esigenze delle comunità arabe, esigenze che avrebbero dovuto prevedere investimenti pubblici, permessi edilizi, contrasto alla criminalità, riconoscimento dei villaggi beduini del Negev. Entrò nella coalizione guidata da Naftali Bennett e Yair Lapid, facendo di Ra’am il primo partito arabo indipendente a partecipare a una maggioranza di governo israeliana. Nell’ottobre dello stesso anno l’esecutivo approvò un piano quinquennale da circa trenta miliardi di shekel per ridurre le disuguaglianze economiche e sociali nelle comunità arabe. Furono assunti impegni sui villaggi beduini e sull’accesso ai servizi, mentre una parte dei programmi incontrò ostacoli amministrativi e successivi tagli ai finanziamenti. L’esperienza durò poco più di un anno e lasciò un precedente politico destinato a pesare sulle elezioni successive perché per la prima volta un partito arabo aveva partecipato direttamente alle decisioni del governo, negoziando risorse e priorità per i propri elettori.
Quella scelta è diventata negli anni successivi uno degli argomenti utilizzati dalla destra contro Bennett e i suoi alleati. La partecipazione di Ra’am al governo, che nel 2021 aveva aperto una possibilità nuova nella politica israeliana, è oggi al centro della campagna contro chiunque proponga un’alternativa a Netanyahu. Nel frattempo, le elezioni del 2022 hanno mostrato il costo della frammentazione. Balad, presentatasi da sola, si fermò al 2,91 per cento, sotto la soglia necessaria per entrare in Parlamento. Nelle località arabe andò a votare appena il 53,2 per cento degli elettori. Netanyahu tornò al governo con una maggioranza di 64 seggi, insieme a Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, esponenti dell’estrema destra. Da allora, per le comunità arabe, la questione della rappresentanza politica si è intrecciata sempre più strettamente con quella della sicurezza, della criminalità organizzata e della capacità dello Stato di proteggere i propri cittadini.

Il diritto di stare sulla scheda

Il 23 settembre, a poco più di un mese dalle elezioni, la Commissione elettorale centrale israeliana ha votato per escludere dalla competizione entrambe le liste arabe e due dei loro candidati. Il Likud di Netanyahu aveva chiesto l’esclusione della Lista Comune e di Ofer Cassif, deputato ebreo di Hadash. Contro Ra’am, il partito di Mansour Abbas, si erano mossi il Likud, l’estrema destra di Otzma Yehudit e il Forum Choosing Life. Il partito di Itamar Ben-Gvir aveva chiesto anche di impedire la candidatura di Sami Abu Shehadeh, leader di Balad, accusandolo di sostenere la lotta armata contro Israele. Le richieste si fondavano su una legge che permette di escludere partiti e candidati accusati di negare il carattere ebraico e democratico dello Stato, incitare al razzismo o sostenere la lotta armata contro Israele. La procuratrice generale si era opposta alle esclusioni, perché aveva giudicato insufficienti le prove, così il 2 ottobre la Corte suprema ha riammesso all’unanimità entrambe le liste e, con sette voti contro due, anche Cassif. Abu Shehadeh ha invece ritirato la candidatura. La vicenda ha una storia lunga almeno vent’anni. A più riprese, le commissioni elettorali hanno cercato di impedire a partiti o candidati arabi di partecipare al voto, e la Corte suprema è intervenuta per annullare quelle decisioni. Anche questa volta, a garantire la presenza delle principali liste arabe sulle schede è stata la stessa magistratura che il governo Netanyahu ha cercato di indebolire con la sua riforma della giustizia.

Arabi israeliani che celebrano la festività di Eid al-Fitr, la fine del Ramadan, in un parco di Jaffa, a Tel Aviv. Marzo 2025 EPA/ABIR SULTAN

Gli scenari del dopo elezioni


Il dato che più di ogni altro racconta il cambiamento in corso arriva da una ricerca del Moshe Dayan Center dell’Università di Tel Aviv: il 77 per cento degli elettori arabi vuole che un partito arabo partecipi al prossimo governo. Dopo anni in cui l’astensione è stata anche una forma di protesta contro lo Stato, una parte crescente della minoranza palestinese sembra voler usare il voto per incidere direttamente sulle scelte del Paese. Per questo la partecipazione alle urne sarà decisiva e la vera partita comincerà il 28 ottobre. Se Netanyahu e i suoi alleati non raggiungeranno la maggioranza, l’opposizione dovrà decidere come trasformare il risultato elettorale in un governo. Eisenkot punta a costruire una coalizione senza partiti arabi, cercando un accordo con altre formazioni e, possibilmente, con una parte dei partiti ultraortodossi. È una strada complicata dalla questione della leva militare, sulla quale i suoi potenziali alleati hanno posizioni difficilmente conciliabili. L’altra possibilità è un governo sostenuto dall’esterno dai deputati arabi, sul modello di quello di Rabin dopo il 1993. Ahmad Tibi si è detto disponibile a discuterne, Mansour Abbas rivendica la possibilità di entrare direttamente nella coalizione. A complicare ulteriormente i negoziati c’è Avigdor Lieberman, uno dei possibili alleati di Eisenkot, che ha già escluso di sostenere un governo di minoranza. Se nessuna di queste strade dovesse portare a 61 deputati, Israele potrebbe ritrovarsi davanti a lunghi negoziati, a un governo provvisorio guidato da Netanyahu e, in ultima istanza, a nuove elezioni.


È questa la contraddizione che il voto del 27 ottobre consegna alla politica israeliana. I cittadini arabi possono contribuire a impedire a Netanyahu di ottenere un’altra maggioranza, mentre i suoi avversari continuano a dichiarare di voler governare senza i loro rappresentanti. Il problema, il giorno dopo le elezioni, sarà trovare i voti per mandare Netanyahu all’opposizione e decidere quali di quei voti la politica israeliana considera legittimo usare.