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Usa, i poliziotti delle università diventano agenti dell’Ice: in Florida gli studenti protestano e finiscono sotto accusa – I video

25 Ottobre 2026 - 10:17 Serena Danna
La Florida di DeSantis è diventata il laboratorio della stretta migratoria di Trump. Ma nel terzo Stato americano per popolazione latina, questa politica rischia di diventare un boomerang elettorale
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Da Miami, Florida – Il giorno in cui ha compiuto 22 anni, Andrew Caro, studente della Florida International University di Miami (FIU), ha capito che doveva cambiare qualcosa nella sua vita. «Sono nato il 24 gennaio. La mattina del mio ultimo compleanno, appena sveglio, ho guardato i social e ho visto le immagini di Alex Pretti colpito a morte a Minneapolis da un agente dell’ICE». Nella città simbolo della stretta all’immigrazione del governo Trump – l’ufficio dell’Ice di Miami è quello che ha registrato più arresti in tutti gli Stati Uniti – Andrew, figlio di immigrati messicani, si è messo alla ricerca di organizzazioni che potessero accogliere il suo impegno politico. E dentro la sua università – l’ateneo con il maggior numero di ispanici dello Stato – ha trovato ICEBreakers, organizzazione di studenti nata in risposta all’accordo tra l’ateneo e il governo che permette ai poliziotti del campus non solo di collaborare con gli agenti dell’Ice, ma anche di svolgere alcune attività di controllo dell’immigrazione dentro il campus. In base all’intesa i poliziotti universitari possono fermare gli studenti dentro il campus, interrogarli sul loro status migratorio e – in caso di irregolarità – arrestarli. Una svolta che riflette la visione securitaria di Ron DeSantis, l’ambizioso governatore repubblicano che ha contribuito a fare della Florida – terzo Stato americano per popolazione latina, dopo California e Texas – una roccaforte conservatrice, dopo decenni di contesa tra democratici e repubblicani.

L’accordo tra l’università della Florida e il governo

«Tra gli obblighi delle forze dell’ordine c’è osservare quello che succede nel mondo e nel proprio Paese e applicare le regole», ha raccontato a Open Alex Casas, il capo della polizia universitaria di FIU. L’abbiamo incontrato durante un viaggio organizzato dal Dipartimento di Stato Usa per promuovere le politiche di contrasto dell’antisemitismo dell’amministrazione Trump. L’università internazionale della Florida è considerata un fiore all’occhiello dai politici locali e nazionali per le iniziative messe in campo per tutelare gli studenti ebrei, che rappresentano circa il 7% della popolazione universitaria. Dopo la strage del 7 ottobre, l’università ha rafforzato la sicurezza degli spazi frequentati dagli studenti ebrei, aumentando i pattugliamenti della polizia, limitando le manifestazioni per il sostegno a Gaza e mettendo in campo diverse iniziative per semplificare l’arrivo di studenti ebrei da altre università. Secondo Casas, la stretta sull’immigrazione fa parte della stessa filosofia dell’università che il poliziotto riassume così: «Bisogna reagire ai cambiamenti prima che diventino un problema anche qui. Penso che, intervenendo in anticipo, si abbia molto più controllo su come si evolvono le cose». Il cambiamento per il poliziotto di origini cubane parte da Washington. «Ci sono state delle elezioni e sono state vinte anche sul tema dell’immigrazione. Guardavo già con molto interesse a come le agenzie federali stavano affrontando il problema e così, quando si è presentata l’opportunità di aderire all’accordo con l’Ice, sono andato dalla presidente dell’università e le ho chiesto di aderire. Lei mi ha dato il via libera». D’altronde proprio la presidente della FIU, Jeanette Nuñez, è un buon esempio per capire come ha fatto Miami a passare dall’essere città simbolo dell’orgoglio ispanico bipartisan a capitale delle deportazioni di Trump.

La protesta degli studenti: «Fuori l’Ice dall’università». La polizia: «Problema per pochi»

Andrew Caro (primo a sinistra) insieme agli altri studenti e studentesse di ICEbreakers

Nata a Miami da genitori cubani, da deputata repubblicana alla Camera della Florida Jeanette Nuñez era stata la fautrice di una legge che consentiva agli studenti immigrati «senza documenti» di pagare le stesse tasse dei cittadini americani in base al principio per cui «giovani nati e cresciuti in America non dovevano essere penalizzati per azioni compiute dai genitori». Dieci anni dopo la sua battaglia, diventata vice governatrice di Ron DeSantis, Nuñez si è battuta per cancellarla – spiegando che «il contesto era cambiato». Qualche mese dopo l’abrogazione della legge, a febbraio 2025 Nuñez è diventata – su spinta di DeSantis – presidente della FIU. A luglio viene firmato l’accordo con l’Ice.

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«Poche settimane dopo il suo arrivo alla FIU, 18 studenti internazionali e neolaureati hanno perso il loro status migratorio», racconta Andrew. Le revoche, decise dall’amministrazione Trump e successivamente annullate, sono state accolte con preoccupazione all’interno del campus. «Subito dopo quella notizia – continua Andrew – è arrivato l’accordo che permette ai poliziotti della FIU di lavorare come agenti dell’Ice all’interno del campus». Un susseguirsi di eventi che hanno cambiato il clima dentro l’università. «Molti degli studenti a cui chiedevamo di unirsi al movimento dicevano di avere paura. Temevano che, partecipando alle nostre iniziative, loro o i loro familiari potessero essere presi di mira, oppure che questo potesse compromettere la possibilità di laurearsi».

Le ritorsioni d’altronde non si sono fatte attendere. Il 15 marzo, insieme ad altri sei studenti, Andrew partecipa a una protesta silenziosa durante un evento con la presidente Nuñez e l’ex campione di baseball Alex Rodriguez. A un certo punto si alzano, mostrando magliette bianche con la scritta rossa «ICE OFF FIU» (ICE fuori dall’università). Restano in piedi in silenzio per 3 minuti, per poi uscire dall’auditorium. Fuori vengono fermati e identificati dai poliziotti. «Un mese dopo abbiamo ricevuto le contestazioni disciplinari – spiega Andrew –. Nella lettera scrivevano che, se non avessi risposto, l’università avrebbe potuto bloccare il rilascio del mio diploma». Il 19 giugno lo studente e i suoi compagni vengono convocati per un’udienza disciplinare, una specie di piccolo processo interno alla FIU, con una commissione studentesca e testimoni: «Siamo stati giudicati colpevoli di aver violato la legge dell’università che impedisce manifestazioni all’interno dell’istituto. Abbiamo presentato ricorso, ma è stato respinto». A quel punto gli studenti si sono rivolti alla giustizia federale. «La giudice ci ha dato ragione in via preliminare, e ha impedito alla FIU di applicare sanzioni nei nostri confronti». Per il momento dunque la giustizia federale è dalla parte degli studenti: «Io voglio laurearmi, sono vicinissimo alla conclusione del mio percorso universitario. Ma non posso semplicemente restare a guardare mentre la mia comunità viene terrorizzata e oppressa da questo regime. Siamo convinti che la missione di garantire la loro sicurezza sia più importante dei nostri diplomi».

La trasformazione della Florida: da swing state a roccaforte repubblicana

Il capo della polizia respinge le accuse di Andrew: «A leggere i giornali e guardare i social sembrerebbe che gli studenti siano preoccupati, ma io parlo con loro tutti i giorni non è così», sostiene Casas, convinto che – al contrario – svolgere le funzioni dell’ICE sia un modo «per evitare scene come quelle viste in altre città». Per il poliziotto la preoccupazione riguarderebbe al massimo «25 o 30 studenti, e credo sia più una questione identitaria». Andrew ammette che la popolazione studentesca è spaccata sul tema: «Molte persone sostengono convintamente la nostra causa. Ma c’è anche chi ci risponde: “Io adoro l’ICE”; “Adoro la presidente Nuñez”; “Adoro Ron DeSantis”; “Adoro Trump”». Eppure il sostegno alla causa degli ICEBreakers è arrivato anche da supporter inaspettati: «Ho ricevuto messaggi da compagni di corso repubblicani che mi dicevano: “Anche se non sono d’accordo con la vostra causa, l’università ha violato i vostri diritti garantiti dal Primo Emendamento: la vostra è stata una manifestazione silenziosa che non ha disturbato nessuno”».

Negli ultimi anni il tema della libertà di espressione e di protesta – garantite dal Primo emendamento della Costituzione americana – è diventato un campo di battaglia in Florida. A cominciare dal 2021 quando, in risposta alle proteste di Black Lives Matter, Ron DeSantis firma l’Anti-Riot Act che inasprisce le pene per le proteste considerate violente, allargando la definizione stessa di violenza. L’anno dopo arriva lo Stop WOKE Act con cui vengono banditi gli insegnamenti dedicati a razza e discriminazione. E da lì seguono diversi provvedimenti che di fatto limitano o sanzionano certe forme di espressione: dalla stretta sulle manifestazioni per Gaza allo stop agli insegnamenti e ai fondi per l’inclusione e la diversità. Un recente studio pubblicato sulla rivista scientifica Perspectives on Politics ha documentato come le politiche introdotte durante il governo DeSantis abbiano favorito «forme di autocensura tra i docenti», anche quando non esistevano divieti espliciti. Alcuni professori hanno raccontato di aver eliminato libri dai programmi per paura di essere segnalati, altri di evitare determinati argomenti, e altri ancora di sentirsi costantemente sorvegliati, anche perché – si legge – gli studenti possono registrare le lezioni. Secondo l’autrice della ricerca, la docente tedesca Janika Spannagel, il risultato è un effetto dissuasivo che può andare ben oltre i limiti stabiliti dalla legge: «La paura delle conseguenze – scrive – porta le persone a rinunciare spontaneamente a esercitare libertà che formalmente continuano a possedere».

Il governatore della Florida Ron DeSantis insieme allo “zar del confine” Tom Homan durante una conferenza stampa

Con il ritorno di Trump alla Casa Bianca, la stretta sull’immigrazione diventa uno dei pilastri dell’agenda politica di Ron DeSantis, che fa della Florida un laboratorio delle nuove politiche federali: dall’apertura del controverso centro di detenzione Alligator Alcatraz, chiuso a giugno tra le polemiche sulle condizioni dei detenuti, all’espansione degli accordi che consentono alle polizie locali di svolgere funzioni di controllo sull’immigrazione per conto dell’Ice. A queste misure si aggiunge la revoca delle protezioni temporanee (TPS) per alcune comunità di immigrati, decisa dall’amministrazione Trump e applicata con grande dovizia dalla squadra del governatore.

Eppure proprio questo allineamento alle politiche trumpiane potrebbe trasformarsi in un problema elettorale per i repubblicani della Florida alle future elezioni di medio termine, in programma per il 3 novembre. Come ha raccontato il New Yorker, a Miami le deportazioni e la revoca delle protezioni per venezuelani, haitiani e nicaraguensi stanno alimentando il malcontento anche tra gli elettori latini che avevano sostenuto Trump (il 58%). Un sondaggio della FIU ha svelato che il 35% degli intervistati ha un familiare o un amico stretto colpito dalla revoca della protezione temporanea. Non solo: un elettore di Trump su cinque si è dichiarato pentito del proprio voto. Persino María Elvira Salazar, deputata repubblicana di un distretto a maggioranza ispanica, che in passato aveva difeso iniziative anche controverse contro l’immigrazione clandestina, ha preso le distanze dall’ICE, attirandosi feroci critiche del presidente che ha minacciato di sostituirla. Una tensione che per Andrew comincia proprio dal suo ateneo. «Sapere che la mia università è complice, e che in una certa misura lo sono anch’io, attraverso le tasse universitarie e le imposte che pago – conclude –, significa rendermi conto che sto involontariamente finanziando la mia stessa oppressione e quella della mia comunità ispanica».

Montaggio video: Enzo Monaco