Scontri a Milano, le prove contro Youssef Siher sono «fragilissime»: «Non si può finire in carcere per i messaggi»
Gli elementi di prova nei confronti di Youssef Siher sono «fragilissimi». La procura di Milano gli attribuisce la regia di un movimento digitale, con un canale Telegram arrivato a oltre 11 mila iscritti. E sostiene che stesse organizzando nuove manifestazioni destinate a degenerare in devastazioni e saccheggi. Ma nella richiesta del carcere fatta dai pm non si individua neanche un messaggio in cui Siher ordina o invita gli utenti a compiere azioni violente, ad aggredire qualcuno, in particolare le forze dell’ordine, a devastare negozi o ad assaltare edifici. Mentre alcune fonti qualificate dicono al Fatto che nessun utente della chat risulta individuato in alcuna protesta violenta dei giorni scorsi.
I messaggi violenti
E ancora: il Fatto ha analizzato i commenti nel canale Telegram creato da Siher. Il documento conta 10.026 messaggi. Tra questi soltanto 99 (quindi lo 0,99%) hanno in qualche modo appoggiato il concetto di violenza. Così, mentre oggi 28 ottobre la Gip Tiziana Landoni deciderà sulla richiesta di misure cautelari nei confronti del 30enne bresciano, il Foglio e il quotidiano di Marco Travaglio segnalano l’assoluta assenza probatoria nelle carte della procura guidata da Marcello Viola. Secondo il Foglio la procura parla di contenuti violenti a proposito della pagina Instagram “Movimento 17 ottobre”. E cita le frasi: «Lo Stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove» e «Meloni dichiara guerra al futuro di questo paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame».
Critiche politiche
Ma queste sono critiche politiche e non incitazioni alla rivolta. Così come le parole di Siher contro il decreto sicurezza del governo Meloni. Definito come «un pugno autoritario contro chi dissente, di una durezza che non si vedeva dall’epoca del fascismo». Anche qui si tratta di critica politica. Infine, i contenuti di tipo eversivo. Come «il vademecum di incitamento alla rivoluzione e all’utilizzo di tecniche di guerriglia urbana ispirato alla rivoluzione egiziana del 2011 (‘Rivoluzione, istruzioni per l’uso’) per affrontare gli scontri di piazza». Su questo sono gli stessi pm a spiegare che «il testo individua tre obiettivi principali: manifestare il proprio dissenso, coinvolgere il maggior numero possibile di persone e proteggere i partecipanti alla protesta».
Felpe, cappucci, kefiah
E ancora: nei messaggi si mostra «un abbigliamento composto da felpe con cappuccio, occhiali protettivi, kefiah e guanti». Che sono però «presentati come strumenti per proteggersi dai lacrimogeni e dagli scontri». Infine, ci sono i messaggi di altri iscritti al gruppo Telegram che propongono di «spaccare gli istituti di credito», mandare «le banche tutte al rogo» o distruggere i ripetitori Rai. Frasi non scritte da Siher, che amministrava il gruppo. Di certo la cancellazione dei luoghi e la promessa di comunicarne altri dimostrano che Siher stava organizzando una manifestazione senza permessi. Ma non una sommossa. Figuriamoci il terrorismo. E l’associazione a delinquere dove sarebbe?
I messaggi
Il Fatto invece pubblica un’analisi sui messaggi del canale Telegram aperto da Siher. Secondo la procura «è riuscito a costituire un gruppo di 6.153 soggetti al 22 ottobre che al giorno del fermo ha superato gli 11 mila». E soprattutto: «Parte dei quali hanno dimostrato di essere pronti a usare la violenza per portare a termine il proprio obiettivo contro il Sistema». Ma in primo luogo l’indagine non ha individuato alcun utente della chat tra quelli protagonisti delle proteste. E poi secondo il Fatto solo 99 degli oltre diecimila messaggi parlano di violenza. 23 commenti incitano esplicitamente alla violenza, altri 35 la approvano, 14 la citano come proposito e 27 ne parlano in termini ipotetici o ironici. Siamo quindi a meno dell’1 per cento. A fronte dei 23 commenti che incitano alla violenza, però, ne vanno anche registrati 21 che, al contrario, la condannano in modo esplicito. In totale si tratta di 11 utenti. A nessuno è stata contestata l’associazione a delinquere.
Zante
L’utente più attivo è Zante con 1148 messaggi: l’11% della chat. Si tratta di un disabile costretto su una sedia a rotelle. Ha 24 anni e studia all’università. E al quotidiano dice: «Non conoscevo Siher e non sapevo chi ci fosse dietro alla chat. Ho trovato la pagina Instagram e da lì sono entrato nel canale Telegram». E spiega: «Il fulcro non era certo fare una rivolta violenta, ma protestare contro il carovita. In modo duro, ma non violento». Secondo il ragazzo lo spirito della chat era «ribelle, ma sempre all’interno delle regole, non con mezzi violenti come hanno scritto alcuni giornali». E conclude: «Non credo di aver scritto niente di compromettente, ma spero di non vivere in un’epoca in cui si rischiano guai solo per aver scritto messaggi».

