Ucraina, si amputa un piede e sopravvive otto mesi in una buca. L’incredibile storia del soldato salvato da un drone dopo 491 giorni al fronte
Quindici chilometri sospeso a un cavo, a 70 metri da terra, sopra una delle zone più pericolose del fronte ucraino. Kostiantyn Vlasenko, 49 anni, aveva un’unica preoccupazione. «Non avevo paura di cadere nella foresta. Ma avevo paura di cadere in acqua, perché non so nuotare», ha raccontato a Reuters. Dopo 491 giorni in prima linea, quasi otto mesi trascorsi nascosto sotto la caldaia di una scuola bombardata e la perdita di entrambi i piedi, il militare ucraino è tornato in salvo grazie a un drone. Secondo i comandanti di Kiev, si tratta del primo recupero aereo di un soldato ferito effettuato con un velivolo senza pilota di cui si abbia notizia.
Otto mesi nascosto sotto una caldaia
La storia comincia nel 2025, quando Vlasenko viene inviato nella regione di Kharkiv, in una postazione della 30ª brigata meccanizzata. Con lui c’è un commilitone, conosciuto con il nome di battaglia Basky. I due ricevono acqua, cibo e batterie attraverso piccoli droni. Uscire è troppo pericoloso: i velivoli russi sorvegliano ogni movimento. Quattro soldati inviati per dare loro il cambio e recuperare i caduti vengono uccisi.
Nel febbraio 2026, dopo l’allagamento del rifugio, i due si spostano in una scuola distrutta. Mentre raccolgono alcuni rifornimenti, vengono individuati e colpiti da un drone russo. Basky muore il giorno del suo cinquantesimo compleanno. Vlasenko rimane gravemente ferito alle gambe. Riesce a trascinarsi in una buca di appena 80 centimetri per 60, sotto una vecchia caldaia. Il piede sinistro, devastato dall’esplosione, va in necrosi. Quello destro è così danneggiato da impedirgli di muoversi. Dopo circa tre mesi, prende un coltello e decide di amputarselo da solo. «Mi ero già sepolto. Sapevo che non c’era più speranza», racconta dal letto dell’ospedale di Kharkiv.
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Il salvataggio con un drone gigante
I compagni tentano di raggiungerlo con due veicoli terrestri senza pilota, ma entrambi vengono distrutti dai russi. Alla fine decidono di utilizzare un Ayudag-6, un esacottero progettato per trasportare carichi pesanti. Il giorno prima dell’operazione, al militare vengono consegnati un’imbracatura e un telefono con le istruzioni video per agganciarsi al velivolo. «Questa è la mia ultima possibilità. Devo aggrapparmi a questo filo; non ce ne saranno altre», ricorda di aver pensato.
Il 4 ottobre arriva il momento del recupero. Vlasenko si assicura al cavo e viene sollevato da terra. Tre droni lo accompagnano per proteggerlo da eventuali attacchi, mentre altre unità ucraine colpiscono le postazioni russe. Il volo dura circa 15 minuti e copre una distanza di 15 chilometri. Per completare l’evacuazione vengono impiegati anche mezzi terrestri senza equipaggio.
Ora il quarantanovenne è ricoverato a Kharkiv, dove sta affrontando la riabilitazione. Durante la lunga permanenza al fronte si è perso uno dei giorni più importanti della sua vita, il matrimonio della figlia: «Volevo tanto abbracciare e baciare mia figlia. E conoscere suo marito». La moglie gli ha chiesto di restare a casa, lontano dalla guerra. Lui, però, non esclude di tornare ad aiutare i commilitoni, questa volta nelle retrovie.

