La Polonia piange il sindaco ucciso: basta urla, basta odio

Il coltello che ha ucciso il primo cittadino polacco ha anche inciso un solco profondo nella «bolla liberale» della città aperta e progressista, in una Polonia sempre più sovranista. Ne abbiamo parlato con Barbara Miceli, docente di letteratura americana all’università di Danzica

C’era un silenzio surreale a Danzica il 14 gennaio, dopo l’assassinio del sindaco Pawel Adamowicz. Il coltello che ha ucciso il primo cittadino ha anche inciso un solco profondo nella «bolla liberale» della città aperta e progressista, in una Polonia sempre più sovranista. «È stato un brusco risveglio», racconta a Open Barbara Miceli, docente di letteratura americana all’università di Danzica, «Ci siamo ritrovati catapultati in quella che è una realtà più ampia, quella europea e mondiale dove c’è odio, polarizzazione, violenza».

Dopo essere stati in coda per ore per donare il sangue sperando di salvare il «loro» primo cittadino in ospedale, gli abitanti di Danzica avevano organizzato una fiaccolata. Volevano ritrovarsi a pregare e sperare che Adamowicz fosse più forte delle profonde ferite al torace, che ce la facesse. Ma non è stato così, nel pomeriggio del 14 gennaio, il sindaco, alla guida della città da più di vent’anni, ha ceduto. La fiaccolata si è trasformata in una veglia funebre, a Danzica ma anche in molte altre città polacche. Migliaia di persone hanno acceso ceri e brandito cartelloni che invocavano uno «Stop all'odio». 

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