«Pose», l’identità di genere spiegata tra piume di struzzo e ciglia finte

di Giulia Marchina

Su Netflix, dal 31 gennaio, la serie tv che racconta la storia della comunità Lgbt afro degli anni Ottanta

Pose, l'ultimo lavoro di Ryan Murphy (già regista di Glee, American Horror Story, Nip/Tac) è sbarcata su Netflix il 31 gennaio dopo mesi di latitanza (in America ha debuttato a luglio 2018 per l'emittente FX). Ambientata alla fine degli anni '80, è una serie decisamente american style con, per la prima volta, tanti attori - ma anche autori e registi - transessuali nella stessa produzione televisiva.

«Pose», l'identità di genere spiegata tra piume di struzzo e ciglia finte foto 1

Il fil rouge di tutta la vicenda è quello della ball culture e del vogueing (da cui il riferimento nella fotografia, nelle movenze e nei costumi, a Vogue di Madonna). Sottoculture molto popolari nel mondo gay e trans afroamericano di quegli anni: «I ball sono i punti di incontro per chi non può incontrarsi da nessun’altra parte», si dice in un passaggio della serie. Emarginati e ghettizzati, gli afro omosessuali trovavano la loro fonte di inclusione e divertimento proprio nelle ball, ossia gare in cui oltre che danzare, ci si travestiva secondo il tema stabilito per quella serata, in modo da terminare la propria esibizione con una sfilata. A chi era in gara veniva assegnato un punteggio da una giuria («10 across the board», tutti 10 per i migliori in gara), e l’obiettivo era quello di «to snatch trophies», portarsi a casa dei premi improvvisati. 

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Molto spesso rifiutati e disconosciuti dalle proprie famiglie, i membri della comunità lgbt di quel tempo si rifugiavano nelle houses gestite dalle mothers, performer di più lungo corso. Questo, durante tutta la serie, è il contesto sociale che permette di incastrare le storie dei protagonisti con la cultura della ball.

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Il mondo parallelo- per agganciarsi all’attualità di quel tempo- raccontato da Pose è poi quello dei bianchi: in piena rivoluzione reaganiana, si assiste all’ascesa dell’impero di Donald Trump. Qui, tra i grattacieli della New York che conta, troviamo un James Van der Beek (il Dawson di Dawson’s Creek) nelle vesti di un collaboratore del futuro presidente Usa..
Quello che Murphy fa con la serie è di restituire allo spettatore un quadro impeccabile di quell’epoca: ci sono i capelli cotonati, i colori fluo e le palle stroboscopiche da dancefloor; ci sono i rossetti fucsia, Whitney Houston che canta I wanna dance with somebody e l’Aids che dilaga ma che «nessuno vuole curare».  

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Pose è il tentativo rivoluzionario di far emergere vecchi temi troppo spesso trattati con lassismo come l’identità di genere e la riassegnazione sessuale. Il tutto condito da leggerezza, piume di struzzo e ciglia finte. 

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