«Il mondo è sempre meno democratico»: parola di Freedom House

di OPEN

È quanto emerge dall’ultimo rapporto dell’autorevole “watchdog” statunitense. Le cause? La crescente disuguaglianza, le fake news, il maltrattamento degli immigrati ma anche l’ascesa delle nuove potenze. Prima tra tutte la Cina

La democrazia è in pericolo. Anzi, lo è per il tredicesimo anno di fila: secondo l'ultimo rapporto di Freedom House - l'autorevole 'watchdog' statunitense che si occupa di attività di ricerca su temi come democrazia, libertà politiche, e diritti umani – il mondo registra un deficit democratico che va avanti da più di un decennio. I motivi sono tanti, alcuni dei quali scontati, come la crisi economica mondiale, iniziata nel 2008, che ha aumentato le disuguaglianze all'interno dei paesi occidentali, alimentando la sfiducia nelle istituzioni, dando manforte ai cosiddetti partiti populisti favorevoli a forme di democrazia diretta piuttosto che rappresentativa.

Le altre motivazioni sono più sorprendenti, soprattutto per la loro nettezza ideologica: il mondo sarebbe meno libero e meno democratico come conseguenza diretta dell'ascesa economica e politica di Paesi emergenti o dell'ex sfera comunista, come i Paesi dell'Europa dell'est, che avrebbe invertito un trend storico di graduale democratizzazione del mondo dopo la caduta del muro di Berlino. 

Particolarmente taglienti le critiche nei confronti della Cina: «Pechino esporta il suo modello liberticida di sorveglianza digitale in tutto il mondo, offrendo seminari, viaggi studio, corsi di apprendimento e strumenti tecnologici molto avanzati che sfruttano l'intelligenza artificiale e le nuove tecnologie di riconoscimento facciale […] La capacità di Pechino di diffondere modelli totalitari di controllo che permettono la sorveglianza digitale della vita sociale di intere comunità rappresenta uno dei principali rischi alle democrazia nel mondo».

Altro fattore che ha contribuito a erodere i valori democratici sono le ingiustizie e gli abusi perpetrati nei confronti degli immigrati in Australia (nei centri di detenzione nell'isola Nauru), al confine tra gli Stati Uniti e il Messico (ricordando i bambini separati dai genitori) ma anche «dall'Italia in Libia»

«Il mondo è sempre meno democratico»: parola di Freedom House foto 1

Buoni e cattivi

Non è tutto nero, però. Nella lista dei buoni non c'è nessun paese europeo e neanche una delle principali potenze mondiali, ma società piccole o economicamente povere come l'Armenia, l'Ecuador o l'Etiopia. Alcune, come l'Armenia, si sono distinte per aver costretto l'élite a dimettersi o a cambiar rotta tramite delle manifestazioni democratiche. Lo stesso vale per un paese più popoloso e ricco come la Malesia dove l'ex premier Najib Razak, rimasto coinvolto in un scandalo di corruzione (noto con l'acronimo 1mbd, il nome della compagnia usata per fare veicolare fondi illeciti), è stato cacciato dal popolo.

Un intero capitolo del rapporto è dedicato invece alla crisi democratica negli Stati Uniti, con una sorpresa: non è soltanto colpa di Donald Trump. Infatti, secondo Freedom House, molte delle debolezze del sistema statunitense – la crescente polarizzazione tra destra e sinistra, la crisi del mondo dell'informazione (sempre meno trasparente e attento ai fatti), la sorveglianza digitale – sono problemi che hanno origini più lontane. Il giudizio sul presidente Donald Trump è comunque molto severo: «Nessun Presidente nella storia del nostro paese ha mostrato meno rispetto per le nostre norme e principi democratici».

«Il mondo è sempre meno democratico»: parola di Freedom House foto 2

 

Le proposte per il 2019

 

Come fare per invertire questo trend negativo? Rispettare maggiormente le istituzioni internazionali, come l'Onu; limitare (e combattere) gli abusi perpetrati nei confronti dei deboli, come i migranti; sanzionare non solo Stati ma anche singoli che si rendono protagonisti di abusi o di atti di corruzione. 

Ma anche proteggere la democrazia dalle fake news, dalle bufale e dall'interferenza di Paesi terzi. Non basta soltanto proteggere i giornalisti. Essenziale investire nell'educazione civica, per prevenire un appiattimento culturale, in particolar modo tra le generazioni più giovani. Costringere inoltre le compagnie che gestiscono i social media a informare regolarmente le istituzioni pubbliche sui tentativi di interferenza da potenze straniere. Il riferimento a Facebook è chiaro.