Il bipolarismo del Reddito di cittadinanza: in vigore dal 6 marzo, a fine mese cambiano già le regole

di Felice Florio

Il reddito di cittadinanza non ha ancora una forma definitiva. Chi oggi ha tutte le carte in regola per ottenerlo potrebbe ritrovarsi fuori dalle graduatorie tra 22 giorni. Una soluzione (parziale) c’è: fare domanda il prima possibile

Per alcune persone, il reddito di cittadinanza potrebbe valere soltanto 22 giorni. Dopo di che, potrebbero perdere il diritto al sussidio: questo lasso di tempo va dal 6 marzo, data di lancio della misura, al 28 marzo, giorno in cui il «decretone» dovrebbe essere convertito in legge dal Parlamento. In questo cono d’ombra, non si sa se le strette volute dal Governo – che riguardano gli stranieri e i cosiddetti "furbetti del divorzio" - avranno valore retroattivo. Il problema sorge dall’iter parlamentare dei decreti legge: gli effetti sono validi da subito ma le commissioni parlamentari possono apportare modifiche o fare emendamenti aggiuntivi che dovranno essere convertiti in legge entro 60 giorni.

Il dubbio è se questi cambiamenti avranno un valore retroattivo sui requisiti per accedere al reddito di cittadinanza validi da mercoledì. In attesa di indicazioni più chiare, a divorziati e separati, a chi ha cambiato recentemente residenza e agli extracomunitari conviene presentare domanda il prima possibile. A partire, cioè, dal 6 marzo, così da ricevere i soldi sulla card già nel mese di aprile. In questo vuoto temporale fino al 28 marzo cambieranno non solo i requisiti (che potrebbero diventare più stringenti), ma sono previste modifiche sulla modalità di calcolo e sugli incentivi all’occupazione.

Divorziati e separati

La Commissione Lavoro al Senato ha approvato la proposta che riguarda i coniugi che si siano separati o abbiano divorziato dopo il primo settembre 2018: quando il 28 marzo sarà convertita in legge con il «decretone», i cittadini per poter beneficiare del reddito di cittadinanza dovranno consegnare un verbale rilasciato dalla polizia municipale che attesti la fine della convivenza. Inoltre la norma prevede che i vigili urbani eseguano controlli periodici per verificare che gli ex coniugi non dormano sotto lo stesso tetto.

Per i cittadini che vogliono il reddito, è proibito fare “i separati in casa”. La misura, che evoca scenari da commedia, può essere evitata per chi presenta domanda entro il 28 marzo: gli ex coniugi non dovranno così dimostrare ai vigili di non condividere più il letto. A meno che, nonostante il rischio di illegittimità incostituzionale, gli emendamenti non abbiano valore retroattivo. Per le coppie il cui legame è terminato nei tre mesi precedenti alla richiesta del reddito, la domanda viene automaticamente rifiutata.

Cambi di residenza

Il vicepremier Luigi Di Maio continua a ripeterlo: «I cambi di residenza degli ultimi tre mesi non valgono. Per evitare che il reddito venga macchiato da alcuni furbetti del reddito di cittadinanza». Si sono registrati infatti flussi anomali di questo tipo di richieste. Tanto che Carmine Lopez, generale della Guardia di Finanza, ha annunciato una sorta di censimento in Sicilia per tutti i cittadini che tra gennaio e febbraio hanno chiesto il cambio di residenza. «Saranno tenute d’occhio le persone che hanno manifestato propensione a intercettare provvidenze pubbliche simulando il proprio stato economico», ha detto.

Secondo Lopez: «A Palermo ci sono stati nel mese di gennaio oltre 1.000 cambi di residenza, senza parlare delle presunte crisi matrimoniali». La soglia massima del reddito per il nucleo familiare è di circa 1.200 euro. Un’altra cosa è smettere di vivere sotto lo stesso tetto e avere a disposizione 780 euro ciascuno. Ma il limite minimo di tre mesi di cambio residenza non valgono per chi presenta domanda entro il 28 marzo.

Extracomunitari

Anche per gli immigrati extracomunitari le regole diventeranno più stringenti a fine mese. Il 6 marzo, chi è residente da almeno 10 anni in Italia (gli ultimi due in maniera continuativa) potrà accedere al reddito senza dover recuperare quella mole di documenti che sarà richiesta dopo il 28 marzo. Dal Paese di origine, dovranno farsi spedire un certificato che attesti la provenienza, la situazione patrimoniale, reddituale e la composizione del nucleo familiare. Il tutto redatto in lingua italiana e convalidato dal consolato.

Non è chiaro come risponderanno i Paesi di origine alle domande di chi vorrà accedere al reddito di cittadinanza. Gli emendamenti esulano esplicitamente dall’obbligo di presentazione di questi certificati solo i rifugiati politici. Ad ogni modo, il sito dell’Inps non ha ancora recepito questi paletti che il Governo vorrebbe inserire per arginare l’azione dei cosiddetti “furbetti del reddito”.

Retroattività: è incostituzionale?

La Costituzione italiana prevede che solo emendamenti di tipo soppressivo abbiano effetti retroattivi. Quelli di tipo aggiuntivo hanno effetto solo dalla loro entrata in vigore. Nel caso del «decretone» si tratta di emendamenti chiarificatori: la loro efficacia dovrebbe partire dalla data di pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale.

Sarebbero due quindi gli scenari possibili: le modifiche potrebbero riguardare soltanto le domande presentate dal 28 marzo in poi; oppure il Parlamento potrebbe aggiungere nel pacchetto una norma che renda i paletti retroattivi ponendo di fatto uno stop alle domande già presentate. Il rischio di ricorsi è altissimo.

Disguidi alle Poste

I problemi non riguardano solo l’aspetto legislativo. I 12.845 uffici postali che dovranno ricevere le domande per il reddito stanno provando a organizzarsi per gestire il flusso dei richiedenti. In alcuni uffici sono stati esposti dei cartelli che dividono i cittadini in ordine alfabetico: si parte dal 6 marzo con chi ha il cognome che inizia per “A” e così via. Ma non avendo disposizioni ufficiali dai ministeri, le Poste hanno voluto aggiungere una postilla a fine cartello che invalida il tutto: «Le domande presentate in un giorno diverso da quello previsto dal calendario verranno comunque accettate». Alfabeto o numeretto di prenotazione, questo è il dilemma.

Anche i problemi di sicurezza preoccupano l’azienda, che ha chiesto al ministero dell’Interno di provvedere al posizionamento di agenti davanti alle Poste dove è prevista maggiore affluenza. La domanda online, per la quale è necessario lo Spid, la chiave di identità digitale, sembra non essere la via preferenziale di richiesta del reddito. Piuttosto le Poste saranno coadiuvate da circa 10 mila Centri di assistenza fiscale, i Caf, presso i quali, a differenza degli uffici postali e della piattaforma online, si potrà anche fare il proprio Isee, necessario per la richiesta.