Due proposte per salvare il lavoro temporaneo dei giovani

In Italia 46 lavoratori dipendenti under trenta su 100 sono a tempo. La quota è in crescita soprattutto a causa dei cambiamenti nell’economia. Come muoversi in un mondo che è cambiato

In Europa 29 giovani su 100 hanno un lavoro temporaneo. Lo mostra Eurostat riferendosi alla fascia tra i 20 e i 29 anni che hanno un lavoro dipendente. Un dato superiore di 11 punti rispetto alla totalità della popolazione, e un dato che è cresciuto negli ultimi anni.

L’Italia e l’Europa

Come spesso accade l’Italia ha una performance superiore alla media europea, ma in questo caso ci sono molti Paesi che ci superano. Infatti se nel 2017 il tasso italiano era del 45,8%, in Spagna era del 56,7%, in Portogallo del 49,9%, in Polonia del 49,4% e in Slovenia del 48,8%.

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Ma anche Paesi come la Svezia, l’Olanda, la Francia, la Finlandia e (di pochissimo) la Germania sono sopra la media europea. L’originalità del caso italiano è che si tratta di uno dei paesi nei quali tra il 2008 e il 2017 il numero di giovani con un lavoro temporaneo è cresciuto di più. Siamo passati dal 31,1 al 45,8 con una crescita di quasi un terzo.

Fin qui siamo di fronte alla conferma statistica di fenomeni conosciuti, soprattutto dai giovani stessi. Più interessante provare a fornire alcune spiegazioni possibili di come siamo arrivati a questo punto e soprattutto provare aindividuare qualche soluzione.

Le riforme del lavoro

Ci sono almeno due ragioni, spesso tra loro intrecciate, che possono portare a una grande crescita del lavoro temporaneo: una economica e una normativa. La seconda è quella più semplice da spiegare perché consiste nel cambiamento delle leggi che regolano le diverse forme di lavoro temporaneo rendendolo più o meno complesso.

Nel caso italiano, ma anche in quello spagnolo, l’ultimo decennio è coinciso con riforme del lavoro che hanno liberalizzato i contratti di lavoro a tempo, oltre che altre forme di lavoro temporaneo come i tirocini. Questo potrebbe anche spiegare come mai la Germania nel 2008, cinque anni dopo l’introduzione dei mini jobs, aveva una percentuale di giovani lavoratori temporanei più alta dell’Italia.

I cambiamenti economici e la tecnologia

Ma la motivazione normativa non basta. Le scelte delle imprese in merito alle assunzioni sono soprattutto determinate dalle loro aspettative economiche rispetto al futuro. E non possiamo negare che di cambiamenti nell’economia ne abbiamo avuti molti nell’ultimo decennio sia a causa della recessione sia dei cambiamenti tecnologiciche delle diverse anime (aperte e chiuse) della globalizzazione.

Tutto questo ha portato ad avere meno capacità di prevedere l’andamento dell’economia e quindi a più incertezza, che può condurre a non fare investimenti a lungo termine con contratti permanenti. Allo stesso tempo l’innovazione tecnologica, che procede a velocità sempre più spedita, riduce i cicli di vita dei prodotti e cambia le abitudini dei consumatori, aumentando anche in questo caso l’incertezza e la necessità di nuove competenze e nuovi lavoratori.

Igiovani vivono di più questi cambiamenti, perché entrano nel mercato del lavoro nel momento in cui questi sono già in atto. Per i loro colleghi più maturi, invece, valevano diverse condizioni d’ingresso, spesso diventate diritti acquisiti.

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Cambiamenti normativi, ma soprattutto cambiamenti economici che sembrano spiegare in parte la netta divisione tra Paesi che si collocano sopra la media europea e Paesi che si collocano sotto. In particolare quelli che hanno il tasso più basso (sotto il 10%) sono tutti paesi dell’est Europa come Romania, Lituania, Estonia o Bulgaria.

Paesi nei quali il livello di sviluppo tecnologico è meno avanzato ed è più elevato il numero di lavoratori nei settori agricoli e manifatturieri. Eccezione è l’Inghilterra, la cui normativa sul lavoro però è diversa da quella degli altri Paesi europei.

Mondi vecchi e mondi nuovi

Sembra veramente complesso poter tornare indietro a un momento storico in cui la maggior parte dei lavoratori, giovani e non, avevano un contratto di lavoro permanente. Studi inoltre mostrano come il livello di soddisfazione dei giovani con contratti temporanei e con contratti permanenti sia lo stesso.

Non siamo certo a favore dei molti casi di contratti a termine usati solamente per ridurre il costo del lavoro, o peggio per sfruttare giovani lavoratori, li conosciamo. Il vero nodo oggi, guardando alla fetta media e alta del mercato, èun altro: come far sì che questa situazione non diventi una condanna per un giovane?Condanna a non poter ottenere un mutuo, condanna a dover accettare un salario inferiore (o uguale) nel momento in cui cambia lavoro, condanna a essere così incerto sul futuro da non scegliere di fare figli, etc.

Perché è chiaro che tutto è cambiato così in fretta che le politiche del lavoro sono rimaste, anche per gravi colpe dei legislatori che hanno voluto tutelare i loro bacini elettorali, quelle del posto fisso. Politiche fondate quindi su un modello economico e sociale che non risponde più auna economia di servizi, digitale e globalizzata.

Due proposte concrete

Che fare allora? I fronti sui quali intervenire sono tanti, ma ci limitiamo a un paio di proposte. La prima è rivolta al settore bancario che dovrebbe, pur nelle difficoltà in cui si trova, trovare modalità per saper riconoscere le diverse tipologie di lavoro temporaneo, individuando quelle a cui è possibile concedere un finanziamento.

Un contratto a termine di 3 mesi a 1.000 euroè diverso da un contratto di 24 mesi a 2.500:è molto più probabile che nel secondo caso si tratti di un lavoratore con elevate competenze e richiesto sul mercato. Si potrebbero creare nuove categorizzazione insieme aun fondo di garanzia, come già alcune banche popolari fanno, per erogare (anche iniziando con pochi clienti) mutui a chi ha un lavoro temporaneo.

Altro fronte sul quale intervenire è quello degli scatti di anzianità, che vanno ripensati. Oggi la crescita del salario (la parte fissa) si fonda soprattutto sul numero di anni passati all’interno di un’impresa, e questo condanna i giovani a ricominciare quasi sempre da capo. Contratto dopo contratto.

Pensare a forme di aumenti retributivi fondati più sulle competenze che sull’anzianità è una strada per diminuire la disuguaglianza generazionale. Disuguaglianza che, come abbiamo cercato di spiegare, nasce soprattutto dall’essere nati in un momento economico e tecnologico diverso, e quindi ancora più ingiusta e immeritata.

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