Una donna su tre nel mondo ha subito una forma di violenza. L’Onu ha raccolto i loro dati e le loro storie

di Angela Gennaro

La presentazione in contemporanea mondiale del report «Lo stato della popolazione nel mondo 2019»: è ancora allarme violenza di genere e mutilazioni genitali femminili

«La battaglia per i diritti e per la libertà di scelta deve continuare finché questi non saranno una realtà per tutte e tutti». La fotografia scattata dal nuovo rapporto demografico Lo stato della popolazione nel mondo 2019 è chiara e lo sono ancora di più le dichiarazioni di Natalia Kanem dell'Unfpa, il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione, organo legato all'Onu. C'è ancora tanto lavoro da fare, soprattutto per le donne.

Il rapporto è stato presentato a Roma da Unfpa, Aidos, Associazione italiana donne per lo sviluppo, e la Cattedra Unesco popolazione, migrazioni e sviluppo dell'Università di Roma La Sapienza. La pubblicazione è avvenuta in contemporanea in oltre cento città del mondo, tra cui Londra, Parigi, Madrid, Ginevra, Stoccolma, Berlino, Washington, New York, Bangkok, Johannesburg, Città del Messico.

Dal rapporto emergono molte sfide ancora aperte per il raggiungimento della piena autodeterminazione di donne e ragazze, in ogni area del pianeta. Sfide che vengono raccontate dai numeri, dalle analisi e dai racconti di sei donne provenienti da tutto il mondo.

Le morti per parto

Ogni giorno, nel mondo, più di 500 donne muoiono durante la gravidanza o al momento del parto, a causa della mancanza di personale sanitario qualificato e di aborti non sicuri. Il diritto alla salute delle donne è riconosciuto come fondamentale, e l'uguaglianza di genere è uno degli obiettivi centrali dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Oggi però, dice il report Questioni in sospeso. Diritti e libertà di scelta per tutte le persone «sono ancora milioni le donne costrette ad affrontare barriere economiche, sociali, istituzionali e di altra natura che impediscono di prendere decisioni sul proprio corpo e sulla propria salute».

La storia di Dahab

Da un quartiere alla periferia del Cairo arriva la storia di Dahab Elsayed, 60 anni. Quando aveva 15 anni, racconta la donna, non c'erano altre opportunità oltre al matrimonio: «Era l'unico futuro che potevo immaginare».

C'è un giorno, che ha segnato la sua vita. Quello in cui una donna arrivò nella sua casa per praticarle mutilazione genitale, Dahab ricorda il dolore, il sangue e la polverina applicata per fermare l'emorragia. Anche sua figlia è stata poi sottoposta alle mutilazione genitale. Era un dovere, una condizione necessaria per quel matrimonio, unica prospettiva possibile. Ma sua nipote no. Le cose sono cambiate. Ora sua nipote, dice Dahab, è stata risparmiata.

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© UNFPA/R. Anis

Say Yang, dalla Cambogia

Il sogno di Say Yang era quello di diventare un'insegnante. Poi è arrivata la guerra: i soldati nel suo villaggio, gli spari e la distruzione. Erano i tempi degli Khmer Rossi, del genocidio cambogiano, e Yang che si ritrova costretta a sposare qualcuno di cui non conosceva nemmeno il nome. «Tra il 1981 e il 1988, ha partorito cinque figli, di cui uno morto bambino e un altro all’età di 13 anni», racconta nel report. «Dopo aver saputo che l’ospedale della città vicina praticava la legatura delle tube, decise di approfittarne».

Durante la guerra, dice Yang, «le persone non hanno possibilità di scegliere. Fanno tutto ciò che possono per sopravvivere». E dopo non è facile tornare sulle scelte del passato. Yang era stata invitata a iscriversi a un corso per diventare finalmente insegnante, come ha sempre sognato. «Non ho potuto partecipare. Dovevo curare i figli e i lavori di casa da gestire tutti i giorni».

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© UNFPA/M. Kasztelan 

Rajeshwari e la maternità

Casalinga, infermiera, insegnante: erano queste le possibilità per il futuro, racconta Rajeshwari Mahalingam dello stato indiano di Tamil Nadu. Anche lei, come Say Yang, ha deciso di farsi legare le tube: è successo dopo che ha avuto due bambini con parto cesareo. I medici le hanno detto che cesarei sarebbero stati anche i parti futuri,un costo troppo elevato da sostenere per la sua famiglia.

«Mi sono goduta la maternità più di ogni altra cosa», racconta. «La donna è la luce della casa». La sorella di Rajeshwari, di cinque anni più giovane, «ha goduto di grande libertà personale, il che le ha permesso di diventare un’attivista, di portare a termine un master e di lavorare per i diritti delle donne».

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© UNFPA/Stormy Clicks 

Josephine, attivista in Uganda

Josephine Kasya voleva diventare un'insegnante perché ammirava molto i suoi maestri. Aveva 12 anni quando gli equilibri del suo Paese hanno cominciato a diventare instabili, con la presa del potere da parte di Idi Amin e gli anni di violenze. «Dopo la fine della guerra civile nel 1986, buona parte della sua comunità era distrutta o dispersa». La vita, racconta, divenne molto diversa e difficile, con sei figli all'attivo.

«Laggiù in quel contesto rurale, ho iniziato a convincere le donne a riunirsi e a mettere assieme le proprie risorse». È così che è iniziato il suo attivismo: eletta alla presidenza di un distretto abitato da oltre 250mila persone, durante la sua carriera politica «ha sostenuto lo sviluppo della comunità, l’educazione per le ragazze e la parità di genere, diventando una voce per le donne delle zone rurali», si legge nel report.

«Ho decostruito l’idea che quella posizione fosse solo maschile e ho lastricato la strada affinché altre donne potessero raggiungere posizioni simili in altri distretti», racconta. E in effetti Josephine è stata "solo" la prima: dopo di lei, la strada per altre donne in posizioni simili in altri distretti è un po' meno ardua.

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© UNFPA/M. Mugisha 

L'Albania che cambia

Il sogno di Tefta Shakaj era quello di studiare medicina all’Università. Un obiettivo che non era nemmeno un'opzione per un'adolescente albanese «obbligata a fare ciò che le veniva detto», spiega. Quella che, però, le ha cambiato la vita è stata la possibilità , dopo le superiori, di frequentare un programma di studi di un anno per diventare ostetrica.

Il lavoro l'ha poi portata in un «remoto villaggio in cui mancavano strutture mediche, personale e attrezzature. «Tanti parti si facevano ancora in casa, non c’erano molti centri. Sono felice di aver aiutato così tante donne», racconta. Da quegli anni '90, dalla caduta del regime comunista in Albania, dall'impossibilità di avere altri figli oltre ai primi due, per l'incertezza economica, ora la situazione sta cambiando. «Ad esempio, i contraccettivi sono ora ampiamente disponibili e gratuiti».

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© UNFPA/G. Banaj 

Guatemala e femminismo

Alma Odette Chacòn ha studiato: i suoi genitori pensavano che l'educazione fosse importante e avevano lavorato per mandare a scuola tutti e sei i figli a Guatemala City. La vita è cambiata quando Alma aveva 14 anni e la madre, in ospedale per partorire il suo settimo figlio, non è più tornata. Alma ha temuto l'arresto per le sue idee politiche ed è fuggita in Messico. Ha incontrato il mondo femminista, ora è tornata in Guatemala. Nelle comunità indigene, racconta, «le donne sanno chiaramente di avere dei diritti e dovrebbero essere messe nelle condizioni di decidere riguardo a cosa accade sui loro corpi».

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© UNFPA/Rizzo Producciones 

I numeri delle violenze

La fotografia scattata dal report conferma ancora una volta che in tutto il mondo una donna su tre ha subito una forma di violenza fisica o sessuale durante la vita. Sono circa 800 milioni le donne che sono state date in sposa quando erano bambine.

E poi c'è la questione delle mutilazioni genitali femminili: almeno 200 milioni di ragazze e donne che vivono oggi in 30 Paesi le hanno subito (UNFPA 2019): mezzo milione vive in Europa. Circa 44 milioni sono bambine e adolescenti con meno di 14 anni. Ogni anno, altre 180mila ragazze rischiano di essere "tagliate", e se non si interviene, entro il 2030 ad essere sottoposte a queste mutilazioni saranno altre 68 milioni.

Nel 2016 il numero delle mutilazioni genitali femminili in Italia oscillava tra 60mila e 81mila. E questo vale solo per le ragazze straniere. Vanno aggiunte le neocittàdine italiane maggiorenni originarie dei Paesi a rischio – tra le 11mila e le 14mila – e le richiedenti asilo.

Le donne, a livello internazionale, rappresentano il 40% della forza lavoro ma svolgono il lavoro di cura e domestico da 2 a 10 volte in più rispetto agli uomini. La crisi umanitaria a livello globale ha raggiunto livelli inediti. E almeno una su cinque tra le donne rifugiate o sfollate ha subito violenza sessuale.

In copertina © UNFPA/R. Anis