Pagare meno per lavorare tutti. La provocazione tedesca per “salvare” il Sud

Oggi un lavoratore dell’Italia meridionale ha un potere d’acquisto maggiore di uno del Nord, ma fa più fatica a trovare un impiego. Una ricerca sostiene che se adottassimo il sistema di contrattazione tedesco questo potrebbe cambiare

Se l'Italia adottasse il sistema di contrattazione collettiva della Germania l'occupazione al sud crescerebbe del 12%. Lo sostiene una ricerca da poco pubblicata a firma di diversi economisti, tra cui l'ex Presidente dell'Inps Tito Boeri e Enrico Moretti, già consigliere di Barack Obama. Ma cosa significa e perché è importante questa conclusione?

Cosa cambia tra Italia e Germania

Tutto si gioca sulla differenza tra Italia e Germania nel regolare i salari all'interno dei contratti collettivi. Nel sistema italiano i salari dei diversi settori sono fissati dai contratti e sono uguali in tutto il Paese. Un lavoratore metalmeccanico che applica il contratto nazionale viene pagato con un salario orario minimo uguale a Torino come a Bari, a Roma come a Trieste.

Sappiamo però che il costo della vita è molto diverso all'interno del territorio italiano e questo fa sì che un lavoratore occupato in una grande città del nord ha un potere d'acquisto molto inferiore rispetto a quello occupato in un piccolo paese del sud. Insomma, 1000 euro a Milano non sono 1000 euro a Canicattì.

La Germania ha gli stessi problemi, semplicemente spostati lungo l'asse est e ovest, soprattutto dopo la riunificazione. Ma se la differenza tra i salari medi tra nord e sud in Italia è del 4,2% (quindi molto bassa), in Germania quella tra est e ovest è del 28,2%.

Questo è possibile perché a partire del 1996 le imprese tedesche possono contrattare con i sindacati salari inferiori a quelli nazionali mentre questo non è possibile in Italia dove possono essere contrattati diversi aspetti a livello aziendale (orario, organizzazione del lavoro, conciliazione vita-lavoro, ecc.) ma non una riduzione del salario.

Il nodo della produttività

Ma non basta questo elemento, c'è un altro fattore fondamentale: la produttività. In Italia, sostengono gli autori, le province con bassa produttività hanno alti tassi di disoccupazione e di inattività. La spiegazione sta nel fatto che i contratti nazionali obbligano a pagare salari troppo alti rispetto a quanto le imprese poco produttive potrebbero permettersi.

Una diminuzione dei salari nei territori in cui il costo della vita è più basso potrebbe quindi aumentare l'occupazione convincendo le imprese ad assumere. L'alternativa, nello scenario attuale, è che i lavoratori del sud hanno un maggior potere d'acquisto di quelli del nord ma, allo stesso tempo, hanno meno possibilità di trovare un lavoro.

Il risultato è che spopola il lavoro nero, soprattutto nelle le fasce più deboli del mercato del lavoro e quindi per i giovani.

Le stime della ricerca: occupazione a +5,7%

Il tema è di quelli che fanno discutere anche solo ad accennarlo. Parlare di riduzione di salari è un tabù, così come lo è parlare di "gabbie salariali", ossia di salari diversi in territori diversi a partire dall'adeguamento al costo della vita. Ma i numeri della ricerca ci fanno almeno capire gli effetti di una possibile riforma del sistema.

Gli autori stimano che se l'Italia adottasse un sistema simile a quello tedesco i salari al sud diminuirebbero del 5,9% (53 centesimi all'ora) ma l'occupazione aumenterebbe del 12,8%, con un aumento del monte complessivo dei salari (che si traduce sui consumi) del 16,6%.

L'effetto sul Paese intero sarebbe di un aumento dell'occupazione del 5,7% e di crescita dei salari del 7,4% con una riduzione del gap di reddito pro-capite tra nord e sud dal 28% all'11%.

Possiamo immaginare come proprio i giovani che oggi faticano a vedere un contratto di lavoro beneficerebbero di questi cambiamenti, con risultati positivi per la produttività delle imprese stesse e quindi, in un futuro, per i salari.

La via italiana: la contrattazione territoriale

Chiaramente non è tutto così facile e neanche gli autori suggeriscono di fare un copia-incolla del sistema tedesco su quello italiano. In Italia il 78% dei lavoratori è impiegato in piccole e medie imprese, in Germania il 62%. E sappiamo che questo tipo di imprese spesso non hanno contratti collettivi aziendali e non hanno rappresentanza sindacale, e questo è grande ostacolo a quanto descritto fino ad ora.

Una soluzione italiana potrebbe essere quella di investire molto di più di quanto si faccia sulla contrattazione territoriale stipulando contratti ai quali le imprese, anche quelle più piccole, possano aderire. Un tema che nel DEF e nel dibattito pubblico non compare, ma che avrebbe un impatto importante.