In calo i giovani che non studiano e non lavorano, ma l’Italia è ancora la peggiore in Europa

di Francesco Seghezzi
In calo i giovani che non studiano e non lavorano, ma l'Italia è ancora la peggiore in Europa

Leggero calo per i giovani che non studiano e non lavorano, ma restano saldamente sopra i due milioni. Dal 2008 sono cresciuti soprattutto quelli che non riescono a trovare un lavoro

Negli ultimi dieci anni il numero dei NEET tra i 15 e i 29 anni in Italia è cresciuto di 297mila unità, +16,3%. Si tratta dei giovani che non lavorano, non studiano e non sono inseriti in percorsi di formazione professionale, ben 2,1 milioni nel nostro Paese. Un numero in calo rispetto al picco di 2,5 milioni toccato negli anni della crisi ma ancora distante da quello pre-crisi. Questo il quadro che emerge dai nuovi dati Istat sul mercato del lavoro italiano aggiornati al IV trimestre 2018, che rimette al centro il tema del lavoro giovanile.

Svogliati e sdraiati: i falsi miti sui NEET

I NEET sono spesso descritti come giovani svogliati dediti alla nullafacenza, sdraiati su un divano. Ma i dati dell'Istat dipingono una situazione abbastanza differente. Infatti non dobbiamo considerare i NEET come un insieme omogeneo, sono composti da situazioni molto diverse tra di loro. Innanzitutto possiamo distinguere tra disoccupati e inattivi. I primi sono quelli che non hanno un lavoro e lo cercano attivamente, i secondi quelli che non hanno un lavoro, non studiano e non cercano attivamente un lavoro.

In calo i giovani che non studiano e non lavorano, ma l'Italia è ancora la peggiore in Europa foto 1

Se prendiamo i dati del 2018, i disoccupati NEET sono 830mila, il 40% del totale. Quindi quasi la metà dei NEET non sono su un divano, ma cercano attivamente lavoro senza riuscire a trovarlo. E paragonando il dato al 2008 scopriamo che sono 262mila in più, pari a quasi tutta la crescita dei NEET nell' ultimo decennio e al 47,7% rispetto al momento pre-crisi. Al contrario gli inattivi (1,28 milioni) nel 2018 erano solamente 30mila in più rispetto al 2008.

La crescita dei NEET negli ultimi dieci anni non è stata generata quindi da un aumento di giovani pigri che vivono su un divano, ma dalla difficoltà degli under 30 di trovare un lavoro nel momento in cui si mettono a cercarlo. La realtà, insomma, è molto diversa da come viene spesso dipinta.

Ma i dati ci consentono di andare ancor più nello specifico suddividendo gli inattivi in forze lavoro potenziali (quelli che non cercano un lavoro ma che potrebbero lavorare se gli fosse proposto) e in coloro che non cercano e non sono disponibili. Per fare un esempio semplice: i primi sono quelli che si alzerebbero dal divano se suonasse a casa qualcuno offrendogli un lavoro, i secondi sono quelli che non risponderebbero.

Ma anche in questo caso attenzione a banalizzare, una buona parte di questo secondo gruppo è composta da persone con malattie e disabilità che non gli consentono di lavorare e infatti il numero è rimasto sostanzialmente invariato (intorno ai 650mila) negli ultimi dieci anni.

Restano le forze lavoro potenziali che possiamo, semplificando, identificare come gli sdraiati. Anche questi sono rimasti invariati con un numero di poco superiore alle 600mila unità con una crescita fino a 800mila negli anni della crisi.

L'Italia è prima in Europa per numero di NEET

Allargando il punto di osservazione la situazione italiana si mostra nella sua gravità. I dati aggiornati al 2017 ci dicono che la media europea per i NEET tra i 15 e i 29 anni è del 13,4% della popolazione in quella fascia d'età. Per l'Italia il dato è del 24,1%, di gran lunga il primo paese europeo. Basti pensare che la Grecia, che è al secondo posto, ha una percentuale del 21%.

Se poi prendiamo i dati dei paesi che hanno le performance migliori capiamo l'enorme distanza con l'Italia: Olanda al 5,9%, Germania all'8,5%, ma perfino Spagna al 16,4%. Sono dati che confermano come gli under 30 (ma potremmo allargare fino agli under 35) siano il vero malato del mercato del lavoro italiano, nell'indifferenza generale.

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La leggera ripresa occupazionale infatti, insieme al piano Garanzia Giovani, ha riattivato un buon numero di giovani che si sono trovati però di fronte ad un mercato del lavoro che ha preferito assumere coloro che avevano più esperienza e che erano rimasti senza lavoro.

Il tutto condito da una serie di problematiche e criticità che abbiamo spesso sollevato: proliferazione di tirocini e contratti con poche ore di lavoro, continua distanza tra scuola e lavoro con conseguente disallineamento tra competenze e richieste del mercato, differenze territoriali molto marcate, bassi salari, eccetera.

Problemi che difficilmente le iniziative dell'ultima Legge di Bilancio potranno risolvere, con un reddito di cittadinanza che rischia di tagliar fuori i giovani e una Quota 100 che si scaricherà su di loro in termini di costi.

Il reddito infatti potrà andare solo in minima parte ad aiutare i giovani NEET che si trovano nella quasi totalità inseriti in nuclei famigliari il cui ISEE è superiore ai requisiti. Ma del resto lo sappiamo, gli under 30 sono un bacino elettorale sempre meno consistente e attivo, e le conseguenze sono presto dette.