La scomunica di Brambilla: «Questa Quota 100 non è la mia, così pagano i giovani» – L’intervista

Il consigliere economico di Palazzo Chigi, vicino alla Lega e tra i promotori iniziali dell’uscita anticipata, critica la misura bandiera di Salvini: «Questo Paese spende in assistenza 132 miliardi. In ricerca, giovani e tecnologia ne spende meno di 10. Dove vogliamo andare?» 

Mentre le domande registrate dall’Inps superano ormai le 20 mila, continuano a susseguirsi le audizioni in Commissione Lavoro del Senato su Quota 100. E i contenuti delle sedute sono colmi di critiche alla misura. Alle aspre critiche di Tito Boeri, presidente di Inps uscente, ora si sommano quelle di Alberto Brambilla, consigliere economico di Palazzo Chigi, vicino alla Lega di Salvini.

Contattato da Open, il professore ammette di essere fortemente critico e parla con franchezza, sebbene sia stato tra gli autori del programma elettorale e tra i maggiori sostenitori di «un certo tipo di Quota 100».

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Professor Brambilla, Boeri ha ragione? La misura graverà sui giovani?

«Un quota 100 così fatto certamente peserà sulle nuove generazioni perché è un costo a debito. E quindi qualcuno questo costo a debito lo dovrà sanare. Siccome non lo sanerà uno che ha 70 anni, lo pagheranno i giovani».

«Così fatto», come?

«Quota 100 così come è stata impostata, e cioè: liberi tutti, senza vincoli, senza nessun paletto, senza nessun ricalcolo della pensione con il metodo contributivo. Va comunque fatta una premessa: è fuori di dubbio che in un sistema pensionistico come il nostro andassero ricercate delle flessibilità nuove rispetto alla rigidità della Fornero. Ma questa flessibilità in uscita poi la si paga».

Cosa sarebbe stato più equo fare?

«Nel programma elettorale della Lega – che tra l’altro ho scritto anche io – c’era il ricalcolo della quota contributiva. Quindi, per esempio, se un soggetto decideva di uscire a 64 anni avrebbe preso una pensione rapportata all’età di 64 anni. Se un soggetto decideva di uscire a 70 anni avrebbe preso una pensione molto più alta perché appunto usciva più tardi dal mondo del lavoro. In questo caso, con queste misure, noi non avremmo gravato sulle giovani generazioni perché ognuno si sarebbe pagato la propria quota di pensione».

Invece?

«Con il sistema Quota 100 pagheranno i giovani perché andiamo a debito. E il debito pubblico è un fardello che grava sulle spalle delle nuove generazioni».

Come grava?

«Anzitutto, siamo il paese che spende di più in assoluto in interessi sul debito. Se noi spendessimo 10 miliardi in meno di interessi – e dunque se avessimo un debito un pochino più basso – questi 10 miliardi in più potremmo spenderli, per esempio, in tecnologie, sviluppo, ricerca. O ancora: per tenere in Italia i medici che hanno fatto la specializzazione qui, senza regalarli ai sistemi sanitari europei, per tenerci i nostri ricercatori, per finanziare la ricerca. Per un paese che non ha materie prime, la ricerca è veramente l’unica materia prima buona. Purtroppo però noi questi soldi non li risparmiamo, noi nella ricerca non investiamo nemmeno un punto di Pil».

Ci sono altri capitoli di spesa che hanno a priorità su quello che ha appena elencato?

«Il fatto è che abbiamo tanta spesa sociale da pagare, tanti pensionati da mantenere, fino a poco fa avevamo il reddito di inserimento, ora avremo il reddito di cittadinanza. Io lo dico sempre: in assistenza questo Paese spende 132 miliardi, in ricerca, giovani e tecnologia ne spende meno di 10. Dove vogliamo andare?».

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Sta dicendo che non siamo competitivi per colpa della politica?

«Sono osservazioni che faccio non solo a questo governo ma anche a quelli precedenti. Purtroppo è un male italiano. Quindi, le nuove generazioni a causa della classe politica si troveranno sulle spalle un grosso debito. E come dice Draghi: “Più debito hai, più sei debole, e meno sovranità hai”. Anche questo è un altro regalo che facciamo alle nuove generazioni».

Vale a dire?

«Intendo che noi siamo un paese indebitato che non ha molta voce in capitolo in Europa. Faccio un esempio: una famiglia molto indebitata capisce che non può alzare la voce e deve invece cercare di assecondare chi gli ha prestato i soldi su ogni questione. Se invece una famiglia ha un suo patrimonio e un debito compatibile, allora può dire la sua. Ecco, l’Italia non può dire la sua».

E siamo in grado di capire a partire da quando verrà scontato sulla pelle dei giovani il costo di Quota 100?

«Già da oggi noi paghiamo il difetto di questi ultimi 20 anni di politica. Avendo un debito così alto non facciamo investimenti, non facciamo infrastrutture, non facciamo ricerca. Quindi, per esempio, i giovani che oggi vanno all’estero, i medici specializzati che non trovano posto nella sanità italiana perché sono bloccati i concorsi, sono bloccate le assunzioni, stanno già pagando un duro prezzo. Perché lo Stato italiano spende tanto per il sistema di welfare – soprattutto per l’assistenza sociale che riguarda moltissime persone – e non spende per il resto».

Ne fa un discorso di propaganda?

«Mettiamola così: coloro che beneficiano dell’assistenza sono tanti e quindi sono tanti voti. I giovani, invece, non sono tanti e dunque non sono tanti voti. È un po’ come il fatto che vogliono tagliare dal 15 al – addirittura – 40% le cosiddette pensioni d’oro. Sono coraggiosi? No, non sono coraggiosi. Sono dei codardi. Oserei dire quasi una vigliaccata nei confronti degli anziani. Ma perché lo fanno? Perché questi pensionati sono meno di 50.000 e non avrebbero comunque votato “loro”. Lo stesso discorso vale per i giovani. Non sono così tanti da muovere tanti voti. Mentre, il reddito di cittadinanza a 5 milioni di soggetti magari si traduce in 5 milioni di voti».