Stop al lavoro nero, occupazione femminile e riforme: cosa ci chiede l’Europa

Il Country Report sull’Italia non sottolinea solo i problemi ma suggerisce azioni concrete per risolverli. E leggendole ci si accorge che sono le stesse cose di cui si discute da vent’anni

Il giudizio della Commissione Europea sull'economia italiana è stato netto: alto debito pubblico, pochi investimenti, mercato del lavoro che rischia di bloccarsi con l'introduzione di Quota 100. Tutti elementi di preoccupazione certo, ma il Country Report diffuso il 27 febbraio non si limita a criticare. Ignorate dalla maggior parte dei commentatori, l'Europa elenca una serie di elementi sui quali lavorare per migliorare la situazione. In particolare parlando del mercato di lavoro il rapporto ci ricorda amaramente tutte le criticità e i problemi sui quali da troppi anni mancano riforme strutturali.

Il lavoro nero

Primo tra tutti il lavoro nero. Nel 2016 il 37,2% dei 210 miliardi di euro di economia sommersa sono stati generati dal lavoro nero con il 15,6% dei lavoratori stimati avere un rapporto di lavoro irregolare. Un tema che tutti conoscono ai quali ci si è quasi abituati e che oggi è dato per scontato. Ma un tema che causa enormi disparità nelle condizioni sociali ed economiche sia durante gli anni di lavoro che, soprattutto, quando arriva il momento della pensione e pesa l'assenza di contributi versati. Un rafforzamento degli organi ispettivi, oltre che una azione di semplificazione delle normative e degli adempimenti sono due azioni fondamentali che permetterebbero un grande recupero di risorse, oltre che una riduzione delle disuguaglianze.

La disoccupazione femminile

C'è poi il tema del basso tasso di occupazione femminile che, pur essendo cresciuto negli ultimi anni, è molto più basso della media europea (tra i 20 e i 64 è al 52,5% contro una media del 66,4%). Su questo fronte la Commissione individua tre diverse criticità da risolvere. La prima è di natura fiscale e riguarda l'elevato cuneo fiscale che disincentiva l'ingresso, o il re-ingresso, nel mercato del lavoro delle donne che hanno già un partner con un lavoro. Il secondo elemento è l'assenza di forti misure per la conciliazione di vita e lavoro che fanno sì che solo il 28% dei bambini sotto i tre anni sia inserito in un asilo nido. Terza criticità riguarda i congedi parentali che sono ancora poco estesi e che pesano troppo sul salario.

Il reddito di cittadinanza

Altro tasto dolente, che riguarda anche il tema del reddito di cittadinanza, è la lentezza e la sostanziale inefficacia con la quale procede la riforma delle politiche attive del lavoro in Italia. Manca coordinamento tra Stato e regioni e soprattutto mancano le risorse. Le nuove assunzioni dei Centri per l'impiego e dei navigator sono una possibile risposta i cui effetti andranno valutati. Ma la Commissione sottolinea come una problematica da risolvere è quella del coordinamento tra servizi per il lavoro e mondo delle imprese. Se le imprese non comunicano le loro posizioni aperte e i profili ricercati sarà impossibile creare un sistema di politiche attive che funzioni. Si tratta del tema delle banche dati coordinate del quale si discute da almeno vent'anni e che è fondamentale per non trasformare il reddito di cittadinanza in una misura puramente assistenziale.

La disoccupazione giovanile

Si parla poi di disoccupazione, soprattutto giovanile, la cui causa è, secondo la Commissione, soprattutto nel mismatch tra competenze dei disoccupati e quanto richiesto dal mercato del lavoro. Anche qui, nulla di nuovo, purtroppo. Tutti problemi che conosciamo da decenni e che anno dopo anno peggiorano, complici le trasformazioni tecnologiche e demografiche che stiamo vivendo. E problemi ai quali si preferisce spesso non guardare concentrando le attenzioni in piccoli interventi che complicano il quadro più che risolvere i nodi strutturali.

Nodi che l'Europa fa bene a ricordarci e sui quali è probabile ci sarebbe supporto, se non vero e proprio sostegno, nell'avviare processi di soluzione. Processi che però non si vedono all'orizzonte perché troppo onerosi, a volte impopolari, mentre le risorse vengono investite in azioni a breve termine senza progettualità.