Chi è Vicky Piria, l’italiana che gareggerà nel nuovo campionato femminile di Formula 3 – L’intervista

di Riccardo Liberatore

«In un mondo in cui ci sono poche donne che competono in questo sport, le persone non lo sanno nemmeno se una donna oggi potrebbe essere in grado di guidare una Formula 1. Io sono del parere di sì» 

I suoi idoli sono Michael Schumacher e Ayrton Senna. Dopo cinque anni di stop torna a gareggiare. Questa volta per una nuova competizione di Formula 3 tutta al femminile: la W Series. Lei è Vicky Piria, classe ’93, madre inglese, padre italiano. L’amore per le macchine è nato quando suo padre regalò un go-kart al fratello. Lei non accettò che quel piccolo bolide non fosse per lei: voleva assolutamente dimostrare di essere all’altezza. Adesso fa parte delle 18 selezionate su 60 pilote che correranno per le scuderie dell’azienda italiana Tatuus.

Ogni pilota avrà a disposizione la stessa vettura. La competizione partirà il weekend del 3-4 maggio e durerà fino ad agosto. Per Vicky Piria si tratta di una vera e propria rivoluzione, che darà finalmente un palcoscenico alle donne che corrono in questo sport. Tutto questo sognando la Formula 1, dove nella storia soltanto una manciata di donne sono riuscite a gareggiare. Raggiunta al telefono ha confessato di essere un po’ stanca ma le emozioni, sapendo che riprenderà a correre, sono tante.

Torna a gareggiare dopo 5 anni di stop. Come si sente?

«Da un lato mi sento come se tornassi a casa, come se tornassi a fare quello per cui sono cresciuta, in un posto a cui appartengo. Allo stesso tempo sento naturalmente un po’ di tensione e un po’ di nervosismo perché ho avuto una pausa lunga e perché so che ci sono tanti occhi puntati su di me».

Come mai questa pausa di cinque anni?

«Questo mondo è legato alle sponsorizzazioni.  Ero arrivata a un punto in cui per continuare a gareggiare mi servivano cifre che per me erano inarrivabili. Questa competizione mi ha dato la possibilità di tornare a correre e a essere pagata per farlo».

Sono stati anni difficili? Cosa ha fatto?

«Mi sono reinventata come conduttrice di guida, come giornalista, sono anche andata a parlare a convegni per manager. Lavoro tuttora come istruttrice di guida per i clienti più vari, dalla signora con problemi di guida sul bagnato al milionario russo che possiede venti ferrari e vuole imparare a guidarle bene in pista».

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Com’è stata la selezione per partecipare al campionato?

«È stata tosta. Eravamo in 60 e ne sono uscite 18. Due eventi: un primo in Austria, con prove fisiche molto impegnative e prove di guida sul ghiaccio. Tutte situazioni nuove per noi. Da lì ne sono passate 28 che hanno fatto una selezione di quattro giorni in Spagna in cui abbiamo corso con la macchina con cui gareggeremo. Ogni volta che entravamo in pista era una selezione».

Crede di essere tra le favorite?

«Ancora è un po’ presto per poterlo dire! Riparliamone dopo la prima gara».

Come si arriva dalla Formula 3 alla Formula 1?

«Io correvo in GP3 che è veramente l’anticamera della Formula 1. È un insieme di talento, di risultati, di fortuna – perché c’è bisogno di fortuna – e di scelte giuste, strategiche. Ma anche di finanziamenti. Molti dei piloti che arrivano oggi in Formula 1 ci arrivano anche grazie a un sostegno economico. È quello che è mancato a tutte noi donne».

Perché?

«È stato difficile nei primi anni soprattutto a causa della crisi. Un momento in cui le aziende non sponsorizzavano più, mancava un po’ di fiducia nel talento italiano. Ad oggi in Italia non è facile trovare un pilota che abbia avuto il talento e la fortuna per poter competere a questi livelli. È successo, per esempio, ad Antonio Giovinazzi, un italiano bravissimo che è riuscito a entrare in Formula 1 grazie a dei finanziatori indonesiani».

Ma non mancano anche punti di riferimento?

«Verissimo. Soprattutto per le ragazze giovani. Quando io ho cominciato a gareggiare con i go-kart non pensavo di poter arrivare nell’automobilismo, perché mancavano degli esempi di donne talentuose in questo mondo».

Eppure ci sono cinque donne che hanno gareggiato nella Formula 1, di cui tre italiane.

«Giusto, anche se credo siano 4 le donne ad essersi qualificate. Però parliamo comunque di tanti anni fa».

Idoli di gioventù?

«In realtà io sono cresciuta con Michael Schumacher, dopotutto sono una ferrarista. Poi Ayrton Senna. È stato un rivoluzionario come pilota, il primo ad allenarsi fisicamente. Poi aveva un modo tutto suo di sentire la macchina. Era il talento punto, unito a lavoro duro».

Secondo lei si arriverà ad avere più donne in Formula 1?

«Credo di sì, non credo che succederà in tempi brevissimi, ma sicuramente succederà».

È stato difficile per lei costruire una carriera in un mondo dominato da uomini?

«Si, perché c’è molto scetticismo. Molte persone dicono “Si, è brava, è veloce, ma basta?”. In un mondo in cui ci sono poche donne che competono in questo sport, le persone non lo sanno nemmeno se una donna oggi potrebbe essere in grado di guidare una Formula 1. Io sono del parere di sì».

Cosa risponde a chi dice che non ci sono molte donne in Formula 1 perché non possono competere fisicamente con gli uomini? 

«Non penso assolutamente che tutte le donne siano in grado di guidare una Formula 1. Ci sono donne che hanno la preparazione fisica giusta e anche la genetica dalla loro parte. Credo che la preparazione atletica possa essere un ostacolo, ma non è una regola che vale per tutte le donne».

La infastidisce il fatto che nel mondo della Formula 1 le donne siano spesso mostrate come ornamenti? 

«Sta cambiando. Io sinceramente non vedo nulla di male nella ragazza che si paga gli studi facendo l’ombrellina. Poi ci sono tante donne che lavorano nei team come ingegneri, nella strategia. Anche in Ferrari c’è un ingegnere donna molto brava. Esistono degli esempi, anche se per il momento sono un po’ nascoste».

Lei gareggerebbe mai nella Formula E?

«Assolutamente, perché no. Sono sempre gare».