Camilleri e quell’aneddoto su Montalbano: «La fine? L’ho scritta 13 anni fa per paura dell’Alzheimer»

di OPEN

«Montalbano non muore, e nemmeno va in pensione. Montalbano è un personaggio letterario e muore come possono morire solo i personaggi letterari»

Andrea Camilleri ci lascia a 93 anni, con un’eredità straordinaria e la consapevolezza di non avere eredi. Nell’ultima intervista rilasciata a FanPage, lo scrittore racconta la fine del personaggio che lo ha reso il maestro indiscusso della letteratura popolare di inizio millennio, il commissario Montalbano.

«In prossimità degli anni 80, temendo l’arrivo dell’alzheimer, mi venne in mente come far finire Montalbano. E lo scrissi, allora, e lo mandai a Elvira Sellerio. Quindi la fine di Montalbano io l’ho già scritta più di 13 anni fa», rivela.

«Io sono stato sempre un dubbioso. Meditavo a lungo prima di fare qualcosa. Poi però, arrivato a un certo punto, decidevo che era venuta l’ora di troncare coi dubbi», racconta con delicatezza, tentando di spiegare a noi tutti come sia possibile produrre con così tanta costanza delle opere così tanto belle.

«Oggi è un po’ più complessa la cosa perché meno faccio dato la cecità e più dubbi mi sorgono, quindi l’età del dubbio non solo non è terminata, ma sì è, come dire, estesa».

La fine di Montalbano

«Finirà Montalbano. Nel momento nel quale finisco io, finisce anche lui», dice. «Ma Montalbano non muore, e nemmeno va in pensione. Montalbano è un personaggio letterario e muore come possono morire solo i personaggi letterari. Non vi dirò di più perché ci tengo molto. Vi posso solo dire che non è tanto un romanzo quanto un meta-romanzo, dove il personaggio discute con me e discute anche con l’altro Montalbano: quello che appare in televisione».

Una fine “chiusa in un cassetto”, che rappresenta l’ultimo grande regalo a tutta quella parte dell’Italia che lo ha amato e seguito. «L’ho ripreso in mano recentemente e ci siamo accorti che andava riscritto perché in questi 13 anni la mia scrittura ha subito un’evoluzione. Quindi è stato riscritto solo dal punto di vista della scrittura, non del plot o dell’aneddoto che racconta».

Dall’infanzia alla morte: una vita «fortunata, senza rimorsi»

A metà dell’intervista, Andrea Camilleri racconta un aneddoto della sua giovinezza in campagna. «Un giorno mentre giocavo proprio in questo retro casa con un mio compagno avanzai di tre passi, quando la terra si aprì letteralmente sotto di me e io mi trovai, diciamo una parola elegante… col liquame qui bastava che scivolassi per annegare… nella merda».

«Mi aggrappai a questi rottami fin quando vidi passare una contadina e riuscii a mugolare», continua «Lei si voltò, “Dio mio!” e corse a chiamare mio zio. Mio zio portò un’asse intera, si mise in equilibrio e mi tirarono fuori mentre la contadina mi diceva: “don nenè, don nenè è tutta ricchezza”».

«“È tutta fortuna! Lo sa? La merda porta fortuna!”», insiste nel racconto. «E devo dire che la contadina ebbe ragione, perché la mia vita è stata una vita fortunata. Ho campato facendo sempre quello che più mi piaceva. Non ho rimorsi, non ho rimpianti».

A 93 anni, con più di 100 libri scritti, Camilleri non ha mai smesso di dare ascolto al suo slancio produttivo. «Ma la volete sapere qual è la vera ragione per la quale sono qua? Perché a 93 anni, dopo avere scritto oltre 100 libri, creato situazioni continue, personaggi, avere fatto il regista di teatro, di televisione, di radio, eccetera… in questo silenzio che si sta creando dentro di me, mi è venuta la voglia non di capire, perché sarà assai difficile capire, ma intuire cosa possa essere l’eternità».

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