Dalla subordinazione all’abolizione del cottimo: le promesse sui rider che Di Maio non ha mantenuto

A giugno del 2018, il ministro del Lavoro aveva annunciato che i fattorini sarebbero stati trasformati in lavoratori dipendenti. Poi, davanti al muro delle aziende, ha ripiegato sull’abolizione totale del cottimo. Nella bozza di legge diffusa ieri, però, non c’è nulla di tutto questo

Mese dopo mese, bozza dopo bozza, la proposta di legge sui rider voluta da Luigi Di Maio ha subìto profondi cambiamenti, fino a diventare una versione sbiadita di quella annunciata agli esordi del governo gialloverde. Il ministro del Lavoro aveva promesso che i rider sarebbero stati trasformati in lavoratori dipendenti; poi, quando ha capito che l’obbiettivo era troppo difficile da raggiungere, ha ripiegato sull’abolizione totale del cottimo, chiesta a gran voce dai fattorini. 

Nella versione definitiva concordata con la Lega e annunciata il 4 agosto via Facebook non c’è né la subordinazione, né lo stop al cottimo. L’abolizione dei pagamenti a consegna è parziale, ma è accompagnata da una serie di altre tutele: l’Inail – l’assicurazione contro gli infortuni – obbligatoria per tutti, un’assicurazione sanitaria e un rimborso spese, verosimilmente, per la manutenzione della bicicletta. 

La promessa iniziale: «Rider come lavoratori subordinati»

Per Di Maio, grazie a questo decreto i rider non saranno più sfruttati, ma i rider non sono d’accordo. A giugno del 2018 il ministro aveva promesso che sarebbero stati trasformati in lavoratori subordinati. Un annuncio che aveva fatto saltare sulla sedia le aziende di food delivery, per le quali la flessibilità dei rapporti di lavoro è un fattore imprescindibile.

La norma che avrebbe trasformato i rider in lavoratori dipendenti, in teoria, sarebbe dovuta finire nel decreto dignità, ma è stata stralciata dopo le proteste veementi delle aziende (Foodora minacciò di lasciare l’Italia), per le quali – dicono – è fondamentale contenere il costo del lavoro.

Per trovare una soluzione di compromesso, Di Maio ha aperto un tavolo di trattativa fra i sindacati autonomi dei rider e le aziende di food delivery riunite nell’Associazione Assodelivery. Le parti sono rimaste sempre molto distanti, gli incontri sono diventati sempre più rari, nonostante i vari tentativi di compromesso.

La mancata abolizione dei pagamenti a cottimo

Ad aprile di quest’anno, dopo il fallimento della trattativa, Di Maio ha annunciato che la legge sui rider era pronta e che sarebbe stata inserita nel progetto più ampio sul salario minimo. Nel testo c’era l’abolizione totale dei pagamenti a cottimo, uno dei punti ritenuti imprescindibili dai rider.

Nell’ultima versione, il divieto totale è saltato. Il compenso sarà un mix tra cottimo e paga oraria, che sarà riconosciuta a patto che il rider accetti almeno una chiamata all’ora. In genere i rider ricevono almeno 2 chiamate all’ora ed è raro che non ne accettino nemmeno una. La norma, però, non tutela quei rider che a cui vengono assegnati turni meno remunerativi, in cui c’è il rischio di non ricevere nemmeno una chiamata.

Mancano all’appello due richieste avanzate dai rider: la regolamentazione degli algoritmi usati per assegnare i turni e per valutare le prestazioni dei rider e il diritto alla disconnessione.

Cosa cambia per i lavoratori?

Dipende molto dall’azienda: alcune società, come Just Eat, prevedono già una paga oraria e Inail; altre, come Deliveroo, oltre a pagare l’Inail, prevedono incentivi che assicurano una paga minima di 7 euro e 50 l’ora per quei rider che accettano almeno una consegna. La maggior parte delle aziende ha attivato assicurazioni contro gli infortuni, il cui limite – in genere – è di avere dei massimali piuttosto bassi.

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