Il giornalista Lo Muzio lancia un appello: «Non lasciate cadere nel vuoto le domande a Salvini»

«Vorrei che i colleghi facessero loro le mie domande: ‘Chi erano quelle persone?’, ‘A che titolo mi hanno fermato?’», ha detto

Valerio Lo Muzio, il cronista e videomaker protagonista dello scontro con il ministro dell’Interno Matteo Salvini, dopo aver filmato il figlio del vicepremier leghista su una moto d’acqua della Polizia a Milano Marittima nei giorni scorsi, ha lanciato un appello perché le domande che lui stesso aveva posto al ministro non vadano a finire nel dimenticatoio.

«Vorrei che i colleghi facessero loro le mie domande: “Chi erano quelle persone?”, “A che titolo mi hanno fermato?”, “Che cosa non volevano che fosse ripreso da un giornalista?”», ha detto durante una conferenza stampa nella sede del sindacato dei giornalisti dell’Emilia-Romagna a Bologna con riferimento agli uomini, presumibilmente agenti, che gli volevano impedire di riprendere la scena.

Ha poi dichiarato: «Continuo a ritenere la vicenda di interesse pubblico, perché quello che è successo è chiaro a tutti. Hanno cercato di farmi abbandonare la telecamere e non so ancora chi fossero quelle persone».

Lo Muzio è intervenuto anche per ribadire un concetto, e cioè che non ha intenzione di «spettacolarizzare la vicenda, perché il punto non sono io contro Salvini, ma è un ministro che non risponde alle domande» e per questo ha auspicato che quei punti interrogativi continuino a essere riproposti al leader della Lega.

Quanto al comportamento dei colleghi durante l’incontro stampa in cui si è verificato lo scontro verbale con Salvini, ha rivelato che «un certo fastidio c’era e sono anche stato additato da qualcuno», ma «se uno convoca una conferenza, non lo fa per fare un comizio ma per la stampa ed è inaccettabile che si dica che stavo disturbando il lavoro dei colleghi».

Il giornalista tiene poi a precisare che alcuni dei suoi colleghi «il giorno dopo mi hanno chiamato e si sono scusati, questo mi ha fatto molto piacere e li ringrazio tutti».

E ha infine concluso: «non butto la croce addosso a questi colleghi, soprattutto i precari, perché io per primo lo sono e so che se non porti a casa un servizio, rischi di non lavorare per una settimana, secondo la reazione del direttore», mentre «è dai colleghi più esperti che mi aspettavo una presa di distanza».

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