Voto ai 16enni al vaglio della demografia: perché non basta per risolvere la questione giovanile

Basta una riforma costituzionale sull’età per il voto a risolvere il problema giovanile in Italia? Secondo il presidente di Ipsos no: l’Italia deve prendere decisioni più significative e «impopolari»

La proposta avanzata e condivisa da alcuni membri dell’esecutivo M5s-Pd sul voto ai sedicenni, ripresa in primis da Enrico Letta, continua a far parlare. In un’intervento sul Corriere della Sera, il presidente di Ipsos Italia Nando Pagnoncelli ha analizzato la questione dal punto di vista demografico.

È vero che in Italia esiste un problema di sottorappresentanza istituzionale delle fasce più giovani, ha spiegato Pagnoncelli, ma è anche vero che i numeri delle diverse fasce di età non fanno ben sperare per la risoluzione del problema. Come aveva commentato anche Lorenzo Pregliasco di YouTrend per Open, la discrepanza numerica in Italia tra i giovani di 16 e 17 anni e gli over 65 è significativa: in totale, i nuovi elettori della riforma costituzionale sarebbero poco più di un milione (1.144.682, specificano dall’Istat), su circa 50milioni di aventi diritto in Italia, di cui oltre 13milioni sono over 65.

«L’inverno demografico rischia di tradursi in inverno democratico giacché la politica, che si nutre di consenso, è propensa a rivolgere la propria attenzione ai segmenti più numerosi della popolazione – spiega il presidente – cioè quelli adulti e anziani, rispondendo soprattutto ai loro bisogni, a scapito di quelli dei giovani, contribuendo così ad acuire il divario generazionale».

Il problema demografico emerge già se si considera il totale dell’attuale elettorato: come spiega Pagnoncelli, i giovani da 18 a 34 anni risultano circa 9,3 milioni (pari al 19,9%), gli adulti da 35 a 54 anni sono 15,9 milioni (34,2%) e le persone dai 55 anni in su si attestano a 21,3 milioni (45,9%).

Un disaccordo generale

In merito alla proposta, che viene largamente condivisa tra i parlamentari, sembrano meno convinti i cittadini. Come mostrato da Pagnoncelli, solo un italiano su quattro (26%) si dichiara d’accordo, mentre il 64% è contrario. Il disaccordo prevale tra tutti gli elettorati, anche se tra dem (39%) e pentastellati (36%) il favore è più alto.

«Ciò che colpisce, tuttavia, è l’opinione degli intervistati più giovani, dai 18 ai 34 anni: solo 27% favorevoli e 59% contrari», ha spiegato ancora il presidente Ipsos.

Togliere il voto agli anziani?

Ma oltre alla proposta di Letta sul voto ai sedicenni, Beppe Grillo, che da sempre è a favore dell’abbassamento dell’età elettorale (proponendo anche il voto per il quattordicenni), ha avanzato un’altra ipotesi (piuttosto provocatoria) per risolvere la questione della rappresentanza giovanile.

Secondo il fondatore del Movimento 5 Stelle, una soluzione sarebbe quella di togliere il diritto di voto agli anziani (gli over 65), che coincidono con 12,8 milioni di elettori che non si allineano con le idee di futuro proprie delle generazioni più giovani.

Anche qui, però, il disaccordo dei cittadini sembra essere unanime: «Solo
il 13% concorda con questa ipotesi, mentre quattro su cinque (81%) la respingono. Anche in questo caso la maggior parte dei più giovani dissente (66%) e la contrarietà sale al 91% tra chi si vedrebbe privato del diritto di voto», scrive Pagnoncelli.

Secondo il presidente dell’Ipsos, pur eliminando i voti degli over 65 lo scenario sociopolitico non cambierebbe: «Se consideriamo le ultime elezioni europee, eliminando gli elettori di oltre 65 anni la graduatoria dei partiti non sarebbe cambiata, ma ne avrebbero guadagnato soprattutto Lega e M5s, mentre sarebbero stati penalizzati Pd e, in misura minore, Forza Italia e Fratelli d’Italia».

Perché è così difficile investire sui giovani?

Nessuna delle due proposte sembra essere abbastanza per favorire tanto i percorsi di autonomia dei giovani quanto una ripresa demografica. Ma perché la politica non riesce a cambiare direzione e aprire definitivamente una strada alle giovani generazioni? «Le risposte possono essere due», spiega Pagnoncelli, entrambe impopolari.

«La prima riguarda il costo che comporterebbe un’ampia riforma che consideri non solo la questione occupazionale, ma anche quella abitativa, le politiche conciliative, che consentano un equilibrio tra impegni lavorativi e familiari, e i servizi per l’infanzia, ad oggi largamente insufficienti», scrive.

«La seconda – conclude – ha a che fare con i tempi, comprensibilmente lunghi, per ottenere una crescita demografica significativa: in uno scenario di spasmodica ricerca del consenso, i tempi lunghi confliggono con l’esigenza di ottenere un dividendo elettorale immediato».

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