«Perché l’Italia non è un Paese per giovani». A 25 anni, 6 ragazzi su 10 vivono ancora in famiglia – Il rapporto Istat

«La fecondità bassa e tardiva è l’indicatore più rappresentativo del malessere demografico del Paese»

Il 27esimo rapporto annuale dell’Istat sul quadro demografico italiano, presentato il 23 ottobre a Matera, restituisce uno scenario triste per le prospettive dei giovani italiani. La situazione attuale, inedita rispetto a soli 10 anni fa, vede i ragazzi lasciare sempre più tardi la famiglia di origine. Di riflesso, i percorsi di vita sono sempre più indefiniti e le tappe fondamentali per la vita di ognuno stanno subendo una posticipazione inesorabile.

«La fecondità bassa e tardiva è l’indicatore più rappresentativo del malessere demografico del Paese, si legge nel rapporto. Si accentua ulteriormente la posticipazione delle prime nozze e della nascita dei figli verso età sempre più avanzate, e, tra le donne senza figli (circa il 45 per cento delle donne tra 18 e 49 anni), quelle che non includono la genitorialità nel proprio progetto di vita sono meno del 5 per cento».

Non si tratta tanto di scelta di non avere figli, quanto di opportunità determinata dal contesto professionale e sociale. «Per le donne e le coppie, la scelta consapevole di non avere figli è poco frequente, mentre è in crescita la quota delle persone che sono costrette a rinviare e poi a rinunciare alla realizzazione dei progetti familiari a causa delle difficoltà della propria condizione economica e sociale o per fattori di contesto».

Grafico: Istat

Tutti scatti di un unico panorama che vede i giovani sempre più dipendenti dalle famiglie di origine. Il processo di transizione allo stato adulto si sta spostando in avanti: l’età media, oggi, di uscita dalla famiglia di origine è di 30,1 anni (31,2 per gli uomini e 29,1 per le donne). In linea generale, tutto deriva «dal conseguimento di livelli di istruzione sempre più elevati di generazione in generazione che sposta in avanti l’età del completamento degli studi e dell’ingresso nel mercato del lavoro e, conseguentemente, dell’uscita dalla famiglia di origine».

Grafico: Istat

Ma non è solo una questione di studi più specializzati, quindi più lunghi. «La permanenza dei figli nella famiglia di origine è sempre più spesso il risultato delle difficoltà che incontrano i giovani nei percorsi di autonomia e indipendenza economica, come avere un lavoro stabile e adeguatamente remunerato, che consenta di vivere in condizioni ritenute accettabili, e la possibilità di trovare una sistemazione abitativa».

Grafico: Istat

Le prime tre motivazioni fornite dal 43,6 per cento dei giovani di 20-34 anni che vivono ancora nella famiglia di origine «sono proprio la condizione di studente, la difficoltà nel trovare un’occupazione adeguata o l’incapacità di sostenere le spese per un’abitazione. Rispetto al 2009, invece, quasi si dimezza (dal 17,4 al 9,9 per cento del 2016) la quota di quanti percepiscono il vivere con i genitori come una situazione comoda e in cui godere comunque della propria libertà, passando così, dall’essere una scelta a essere l’unica opzione per vivere dignitosamente».

Sullo stesso tema: