Codici identificativi sui caschi della Polizia: l’Italia è indietro rispetto al resto d’Europa

L’Italia è uno dei pochi Paesi europei che non ha preso provvedimenti definitivi per l’identificazione degli agenti in servizio

Era il 7 aprile del 2015 quando la Corte di Strasburgo condannò l’Italia per i fatti di Bolzaneto durante il G8 di Genova del 2001. Le violenze, gli abusi e le umiliazioni subite dai ragazzi e dalle ragazze della scuola Diaz da parte di alcuni esponenti delle forze dell’ordine furono «atti di tortura». Molti degli autori materiali rimasero impuniti anche per l’impossibilità da parte della magistratura di identificarne le generalità. Da quel momento in poi, il dibattito italiano sull’introduzione di codici di riconoscimento sulle divise è tornato a più riprese sui banchi del Parlamento.

Proprio in questi giorni è arrivata in Commissione affari costituzionali la proposta di legge della deputata Pd Giuditta Pini in merito all’identificazione delle forze dei polizia. In un’intervista a Open, ha spiegato di aspettarsi un appoggio compatto da tutta la maggioranza, perché «i fatti di Genova restano una ferita aperta per il nostro Paese»

L’urgenza di porre rimedio a un’evidente difficoltà giudiziaria torna ciclicamente alla luce in diversi fatti di cronaca. L’ultimo episodio di violenze risale al 23 maggio di quest’anno, quando piazza Marsala, sempre a Genova, venne blindata da centinaia di agenti della polizia in occasione di un comizio di Casapound. Durante gli scontri di quella giornata, il giornalista di Repubblica Stefano Origone venne preso a manganellate dalla polizia.

ANSA | Stefano Origone soccorso a seguito dei colpi subiti dalla Polizia di Stato durante la manifestazione di Genova

Dalle opposizioni sono già arrivati i primi altolà: secondo Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia si tratterebbe di una vera e propria «schedatura» delle autorità. Le forze dell’ordine, dal canto loro, hanno parlato di un «pericolo»: «è una vergogna – dicono – venir marchiati come il bestiame». In realtà, se si guarda al resto d’Europa, la vera anomalia è proprio il caso italiano.

L’Italia fanalino di coda in Europa

Su 28 Paesi membri, sono 21 gli Stati dell’Unione europea che hanno deciso di introdurre i codici identificativi sulle divise dei singoli ufficiali della polizia: si tratta del Belgio, della Bulgaria, della Croazia, della Danimarca, dell’Estonia, della Finlandia, della Francia, della Grecia, dell’Irlanda, della Lettonia, della Lituania, di Malta, della Polonia, del Portogallo, del Regno Unito, della Repubblica Ceca, della Romania, della Slovacchia, della Slovenia e della Spagna

In forme e modalità diverse, l’obbligo consente una gestione più efficace dei fenomeni di violenza e degli abusi durante le più diverse manifestazioni. In Svezia, pur non essendo previsto un obbligo, gli agenti di polizia espongono nome, carta d’identità e grado sull’uniforme, oltre che un codice quando indossano equipaggiamento speciale.

Ancor prima, dei codici alfanumerici visibili sulla divisa o sui caschi servirebbero a scoraggiare comportamenti che violerebbero i diritti umani. Ma né l’Italia, né Cipro, né l’Austria, né l’Olanda né il Lussemburgo hanno fatto passi in questa direzione.

Grafico: Amnesty International

Gli appelli dell’Europa e delle ong per l’introduzione dei codici

Nel 2012, il Parlamento europeo emanò una risoluzione nell’ambito della situazione de diritti fondamentali dell’Unione Europea. In merito ai diritti delle vittime e all’accesso alla giustizia, l’Istituzione esprimeva «preoccupazione per il ricorso a una forza sproporzionata da parte della polizia durante eventi pubblici e manifestazioni nell’UE».

A tal proposito, il Parlamento europeo invitava gli Stati membri a prendere provvedimenti «affinché il controllo giuridico e democratico delle autorità incaricate dell’applicazione della legge e del loro personale» fosse «rafforzato», esortandoli a «garantire che il personale di polizia” si dotasse di “un numero identificativo» .

Qualche tempo dopo, nel 2016, anche il Cosniglio sui diritti umani della Nazioni Unite si era espresso affinché gli Stati provvedessero ad arginare e prevenire episodi di abusi e violenze. Come ricordato da Amnesty International, il relatore speciale per il diritto alla libertà di assemblea pacifica e di associazione Maina Kiai, insieme al Relatore speciale sulle esecuzioni extragiudiziali, sommarie o arbitrarie Christof Heyns, raccomandarono che «i funzionari delle forze di polizia» risultassero «chiaramente e individualmente identificabili, ad esempio esponendo una targhetta col nome o con un numero».

Sulla stessa linea si inserisce proprio l’operato dell’ong Amnesty International, che da anni si batte a favore del provvedimento. «È vero, le persone sono tutte uguali. Ma da alcune pretendiamo qualcosa di più», si sente in un video realizzato per la campagna Forza polizia, mettici la faccia. «E allora perché affidiamo la nostra sicurezza a persone che non possiamo riconoscere?».

«Il fatto che i singoli agenti e funzionari siano identificabili – scrivono dall’ong – è un messaggio importante di trasparenza che mostrerebbe la volontà delle forze di polizia di rispondere delle proprie azioni e allo stesso tempo accrescerebbe la fiducia dei cittadini».

Le bodycam

Nella proposta presentata in Commissione dalla deputata Pini, viene proposta anche l’introduzione di una body cam sui caschi degli agenti: una soluzione richiesta anche dai sindacati della polizia e che consentirebbe di ricostruire al meglio quando accaduto durante scontri o manifestazioni.

«Accanto al tema dell’identificazione degli operatori delle Forze di polizia impegnati in operazioni di ordine pubblico e di sicurezza dei cittadini durante le manifestazioni di piazza o sportive – si legge nel testo della proposta di legge – esiste quello, altrettanto sensibile e richiesto dagli stessi
operatori delle Forze di polizia, dell’utilizzazione delle cosiddette bodycam, ossia delle telecamere sulle divise».

In merito all’introduzione delle telecamere, esistono già diverse sperimentazioni in Italia, approvate dal Garante per la protezione de i dati personali nel 2014, e i cui risultati «sono stati considerati in modo positivo».

ANSA | Una foto del corteo partito dalla scuola Diaz a Genova nel 2004

Le bodycam saranno presto utilizzate dalla regione Lombardia, dove è stato presentato un piano dall’assessorato alla sicurezza che prevede l’uso delle telecamere per la polizia locale durante il pattugliamento o durante le operazioni di controllo del territorio. Lo stesso accadrà nella città di Palermo, dove, per espressa richiesta del capo della polizia municipale, saranno sperimentate circa 100 bodycam per registrare gli interventi.

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