Che cos’è il Mes, il “fondo salva Stati” che sta facendo tremare il governo giallorosso

Di Maio vuole rimandare, ma il Pd di Zingaretti non molla la presa. Lunedì Conte riferirà in Aula

«Rimandare alla prossima primavera tutto il negoziato». Lo ha chiesto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio al ministro dell’Economia Roberto Gualtieri in una telefonata il 29 novembre. È da giorni che si parla di un governo appeso al filo del Mes, il fondo salva Stati. I leader dei principali partiti sembrano farsi guerra a colpi di ultimatum, riportati dai retroscena dei principali quotidiani italiani.

Di Maio avrebbe detto ai suoi che senza un rinvio il governo è desinato a cadere, anche se in mattinata il suo staff si è affrettato a smentire la notizia. Dal canto suo, invece, Zingaretti è deciso a non fare passi indietro: «Se i grillini vogliono far precipitare tutto, la responsabilità sarà tutta loro».

Cos’è il Mes

Mes sta per Meccanismo Europeo di Stabilità ed è un’istituzione europea attiva dal 2012 e con sede in Lussemburgo volta a sopperire alle difficoltà finanziarie dei Paesi membri. Un po’ come la Banca Centrale Europea, il Mes svolge la funzione di «organismo di ultima istanza» che presta denaro ai Paesi membri nel caso in cui nessuno sia più disposto a finanziarli. Il fondo, uno dei meccanismi più importanti dell’unione monetaria europea, si basa sul principio che condividere la stessa moneta porti anche a una condivisione dei rischi associati all’instabilità economica.

Il fondo è dotato di 80 miliardi di euro, raccolti tramite un contributo di ogni Stato proporzionale alla sua importanza economica. La Germania per esempio, nonostante abbia un’economia solida e quindi non avrà probabilmente bisogno del fondo, è il principale contribuente, (27%) mentre i fondi italiani sono il 17%. Ne hanno già usufruito Grecia, Cipro, Portogallo e Irlanda.

Il denaro del Mes – che può ricavare fino a 700 miliardi tramite l’emissione dei bond degli Stati che ne fanno parte – concede prestiti agli Stati membri in crisi, ma può arrivare addirittura a ricapitalizzarne i sistemi bancari. Per ricevere questo aiuto, gli Stati devono però intraprendere una serie di riforme strutturali e fiscali. Si tratta in genere di impopolari misure di austerity gradite alla cosiddetta Troika, (Commissione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale) volte a risanare i conti pubblici.

Esistono due linee di accesso al credito del Mes: il PCCL (Precautionary Conditioned Credit Line) e l’ECCL (Enhanced Conditions Credit Line). La prima prevede un’economia molto solida, mentre la seconda ha criteri meno stringenti. In entrambi i casi, il credito è condizionato alla sottoscrizione di un Memorandum d’intesa che spesso prevede riforme correttive. Il credito rimane comunque svincolato dal risanamento del debito pubblico.

Cosa prevede la riforma

È dal 2018 che si discute per riformare il Mes, criticato in alcuni punti sia dagli Stati più a rischio che da quelli in una situazione più stabile. Questi ultimi lo accusano di dare troppo ricevendo troppo poco in cambio mentre i primi criticano la rigidità delle condizioni che regolano l’accesso al credito. Il 14 giugno 2019 la riunione dei ministri delle Finanze dei 19 dell’Eurozona ha concordato una bozza di riforma del meccanismo.

Le modifiche proposte dovrebbero essere ultimate entro dicembre 2019 ma essendo un trattato queste devono essere prima approvate dai Parlamenti degli Stati membri. Uno dei nodi principali è l’aumento dei poteri del Mes, istituzione finanziaria, rispetto alla Commissione Europea, organo politico.

  • Accesso al credito

La nuova versione prevede che gli Stati Membri per accedere alla PCCL debbano impegnarsi a rispettare ex ante i criteri di stabilità, invece di sottoscrivere uno stringente Memorandum d’Intesa. Questo però varrebbe solo per quegli Stati che rispettano i parametri di Maastricht (tra cui un rapporto debito/Pil non superi il 60%), tagliando fuori quindi la metà dei Paesi membri dell’Eurozona (tra cui l’Italia) nonché quelli che avrebbero più bisogno di beneficiare dell’aiuto.

La PCCL diventa quindi non più accessibile all’Italia, che può comunque continuare a usufruire dell’ECCL, che rimane invariata.

  • Backstop

Positiva invece per i Paesi in periferia dell’Europa sarebbe l’introduzione del backstop, un sistema che rende più sicure le banche dei Paesi più indebitati. Il Mes diventerebbe una risorsa da 55 miliardi per il Fondo di risoluzione unico (Fsr) nel caso in cui questo esaurisse le risorse disponibili.

  • Risanamento del debito

La misura che preoccupa di più rimane però quella voluta dai Paesi meno indebitati che «facilita» il risanamento del debito dei Paesi con i conti più un rosso. I sottoscrittori dei Titoli di Stato, che hanno quindi fornito un credito a un Paese indebitato, potrebbero vedere agilmente ridursi la cifra che gli dovrebbe essere restituita. Per le modifiche nei sistemi di restituzione del debito il Mes riformato prevedrebbe infatti un voto unico di tutti i creditori invece di uno separato per ogni tipologia di titolo di Stato detenuto.

Le critiche alla riforma

Tra i primi a scagliarsi contro la riforma, non tanto per il suo contenuto quanto per l’impressione che potrebbe dare è stato il governatore di Banca d’Italia, Ignazio Visco. Per lui il problema sta nell’«effetto annuncio» di questo tipo di riforma, che potrebbe mandare il segnale che alcune economie europee (tra cui quella italiana) si apprestano ad aver bisogno di ristrutturare il debito. Questo potrebbe portare alla speculazione sui titoli di Stato del Paese.

Roberto Gualtieri sostiene invece le riforme, perché a suo avviso contribuirebbero a stabilizzare l’eurozona. In un’intervista al Corriere della Sera il 30 novembre il viceministro dell’economia Antonio Misiani ha affermato che nella riforma del Mes ci sono «solo vantaggi». «Si aggiunge così un tassello fondamentale all’Unione bancaria e si aumenta la stabilità e la resilienza dell’area Euro», ha aggiunto.

Giuseppe Conte si è allineato con i dem, mentre M5s e Leu chiedono la «Parlamentarizzazione» della discussione, perché vedono la riforma come una sorta di «commissionamento» dello Stato. Questa questione molto complessa, volgarizzata da una battaglia a colpi di minacce tra il premier e il leader della Lega Matteo Salvini, sarà discussa in un vertice di governo a Palazzo Chigi domenica 1 dicembre.

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