«GOAT» di Emanuele Rosso: la più grande impresa di tennis di cui non avete mai sentito parlare

Il primo mockumentary a fumetti sul tennis, a metà tra un manuale di psicologia del tennis illustrato e un romanzo di formazione

Jannik Sinner che vince il Next Gen Atp Finals, Matteo Berrettini che entra nella Top 10 mondiale e sfida i migliori nell’ultimo torneo di stagione a Londra. Nell’anno in cui il tennis italiano maschile riprende a respirare, arriva sugli scaffali delle librerie il primo mockumentary della storia di questo sport. La firma, ovviamente, è di un italiano: non male come timing.

Goat (acronimo di greatest of all times, “il più grande di tutti i tempi”), il graphic novel del fumettista Emanuele Rosso (Coconino Press, 2019), racconta la storia di una delle più grandi imprese sportive di cui non avete mai sentito parlare.

La copertina di “Goat” di Emanuele Rosso. Edito da Fandango

Il giovane tennista Idris Arslanian – il cui nome potrebbe ricordare qualcosa a qualcuno – diventa un caso mediatico nel circuito. Fuori dalle classifiche mondiali, senza nessun punto Atp, gioca solo un torneo l’anno, l’Open 13 di Marsiglia, che punta a vincere battendo ognuno dei Fab Four: Djokovic, Murray, Nadal e Federer.

L’impresa è immersa in un racconto di formazione vero e proprio, mirato a dare voce a tutti quei giocatori che lottano ogni giorno per uscire dalle «sabbie mobili» dei tornei minori. Mirato a far emergere la storia delle nuove generazioni che tentano di rompere il muro d’acciaio dei quattro «cannibali».

«L’imbuto è stretto», scrive Rosso. «Per uno che riesce, ce ne sono decine che rimangono indietro». Alla fine, vittoria in tasca o meno, chi ci prova ha almeno una certezza su cui fare affidamento: «non puoi che diventare te stesso». David Foster Wallace insegna.

Già autore di due libri a fumetti – Passato, prossimo (Tunué, 2013) e Limoni (Coconino Press 2017) – Goat è un’opera di cui si sentiva la mancanza. E dal respiro decisamente atlantico, che tiene insieme le pagine di Blankets di Craig Thompson e quelle di Infinite Jest di Wallace.

L’intervista

Come è nata l’idea di fare un fumetto su un tennista sconosciuto che tenta l’impresa di battere i Fab Four?

«Era un’ossessione che mi girava in testa da anni. Come sarebbe la storia di un tennista sconosciuto che batte tutti i più forti? Negli ultimi anni ho passato tantissime ore (incalcolabili!) a vedere le partite dei tornei minori e dei giocatori dai nomi mai sentiti.

Il tennis è uno degli sport che ha in assoluto più risvolti psicologici, che si presta a molte interpretazioni e fornisce un ampio ventaglio di soluzioni narrative.

Per me un’opera rilevante è stata ovviamente Open di Agassi, che, nonostante sia una biografia di un tennista, è scritta come se fosse un percorso di formazione».

Qual è il tuo rapporto con il tennis?

«Ti stupirà sapere che non ho mai giocato a tennis in vita mia! Posso dire che è una passione che ha origini letterarie. Sono un grande amante di David Foster Wallace, e probabilmente l’ho scoperto grazie a lui.

Credo di essermi appassionato alla figura di Roger Federer negli anni in cui leggevo Infinite Jest, Roger Federer come esperienza religiosa, Tennis Tv Trigonometria e Tornado e tutti gli altri scritti minori presenti nelle varie raccolte. Sono due passioni che sono andate di pari passo.

Così ho iniziato a leggere altri libri sul tennis e a seguire le partite giocate. Credo che ora sia arrivato il momento di scendere in campo!»

Da “Goat“, di Emanuele Rosso. Edito da Coconino Press

Cosa rappresenta il protagonista, Idris Arslanian?

«Il fumetto aveva varie finalità. Tra queste c’erano sicuramente il voler tirar fuori la mia ossessione per il tennis e il celebrare questi anni dominati dai grandi campioni. Federer, Nadal, Murray, Djokovic: sono dei cannibali che non hanno eguali nella storia di questo sport.

Ma poi, quando ho iniziato a vedere le altre generazioni che avanzavano, quando ho iniziato a conoscere tutti quei giocatori che arrancano nei vari tornei, che cercano di stare a galla nei tornei minori, guadagnando certo non come loro, ho voluto dargli una voce. Raccontare cosa succede nelle seconde linee di questo sport».

Alla linea narrativa si mischiano linguaggi quasi da manuale del tennis per principianti. È un fumetto pensato per tutti, o in particolar modo per chi ama già questo sport?

«È un fumetto per tutti. Anche se non si conoscono tutte le regole dello sport si capisce il senso narrativo e drammatico della situazione che vive Idris. Certo, mi piaceva anche l’idea trovare un dialogo con gli appassionati, tirar fuori una storia che avesse comunque del potenziale realistico per chi ama leggere di tennis e seguirlo. Detto questo, non è un libro esclusivo, anzi».

Il tuo fumetto arriva in concomitanza con l’anno d’oro del tennis italiano. Quali sono i tuoi consigli per chi vuole iniziare a seguire questo sport?

«C’è il canale in chiaro della federazione, Supertennis, dove si possono vedere un sacco di partite. Certo non ci sono quelle più importanti, come gli Slam o gli ATP 1000, ma sono convinto che, se si vuole entrare nella dinamica del tennis, seguire i tornei minori dia una dimensione fondamentale.

Il tennis esiste anche aldilà dei campioni e aldilà dei punti spettacolari. Uno dei punti centrali del fumetto è proprio questo: il match si gioca sui punti che non sono highlights, la partita procede per accumulo di punti e di piccole vittorie.

Da “Goat“, di Emanuele Rosso. Edito da Coconino Press

Per capire il tennis bisogna andare oltre i colpi spettacolari, entrare dentro le storie delle partire. Alcune volte ci sono delle storie segnate già dai primi game, altre che sono aperte fino alla fine. Bisogna vivere la storia e la narrazione di ogni partita».

È stato facile trovare la storia?

«Sì, la scrittura è stata molto facile. La storia è venuta da sé, mi sono quasi sorpreso. Per me ogni fumetto corrisponde alla liberazione da un’ossessione accumulata nel corso degli anni. A un certo punto la devi lasciare andare: GOAT è stata una liberazione, ma non credo che smetterò di seguire il tennis!»

Nel fumetto colpisce anche l’uso che hai fatto dei colori. Quale logica c’è dietro?

«Ho optato per una dinamica di colore molto semplice. Era partito tutto dal rosa e dall’azzurro, dato che molti dei tornei che si giocano indoor hanno questa combinazione. Poi si è aggiunto il giallo, che mi ha dato la possibilità di spaziare con i vari livelli della narrazione.

Quindi ho deciso di usare tre colori principali – l’azzurro, il rosa e il verde – con i loro derivati, che corrispondono a tre blocchi narrativi precisi.

Il rosa e l’azzurro rappresentano il presente, i tornei giocati da Idris. Il rosa e il giallo sono i flashback, mentre l’azzurro, il giallo e il verde tutti i livelli narrativi extra».

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