Rischio idrogeologico a Roma, un nuovo report fa luce sulle falle normative e strutturali

Il rischio idrogeologico è un tema che richiederà di fissare nuove priorità nell’adeguamento delle infrastrutture

Tutto sembra essere cominciato con l’acqua alta a Venezia, le polemiche sul Mose e i collegamenti col cambiamento climatico, poi è proseguito con la chiusura di due viadotti lungo la A24 in Liguria.

Sono state quindi messe a nudo diverse irregolarità nella gestione di tutto il sistema autostradale italiano, con annessi allarmismi. Ma il rischio idrogeologico non riguarda solo viadotti e autostrade.

A tal proposito si sono pronunciati diversi esperti dell’Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino Centrale, durante un convegno tenutosi il 2 dicembre presso il Campidoglio a Roma, trasmesso anche in streaming. Recentemente è stato infatti ultimato un report riguardante il rischio idrogeologico nell’area metropolitana di Roma.

«Oggi riguarda un territorio urbano di 1.135 ettari dove vivono e lavorano circa 300.000 persone – spiegano gli organizzatori – è la più elevata esposizione d’Europa. Roma ha zone che non reggono nemmeno un acquazzone.

Inutile stupirsi quando il sistema fognario è in parte non in perfetta efficienza, manca la corretta e continua manutenzione dei tombini e sono inefficienti e in gran parte scomparse per sversamento di rifiuti e vegetazione spontanea circa 700km di indispensabili vie d’acqua tributarie del Tevere e dell’ Aniene: canali, fossi, sistemi di scolo.

I problemi sono molto gravi come hanno dimostrato le piene dell’ 11 dicembre 2008, del novembre 2012 e del gennaio 2014 con zone sott’acqua. Le cartografie aggiornato dell’Autorità di Distretto mostrano fragilità mai strutturalmente affrontate».

Rischi e necessari strumenti legislativi

Si parla innanzitutto di rivedere tutti i paradigmi finora seguiti nella progettazione e nella gestione del ciclo delle acque urbane, ovvero il principale fattore da cui possono derivare futuri problemi ai cittadini romani.

Il rischio idraulico deriverebbe infatti da incoerenze tra la pianificazione del territorio e l’effettiva messa in funzione delle reti fognarie, cosa che durante il maltempo può far venire alla luce tutti i problemi accumulatisi, senza essere del tutto affrontati in maniera pienamente efficace.

Il rischio è anche ambientale. L’impatto delle «acque di dilavamento meteorico» possono avere infatti portate incompatibili con gli stessi impianti di depurazione, in un territorio che non è omogeneo, quindi si deve tener conto delle «caratteristiche dei recettori e della loro sensibilità nei confronti dei carichi sversati nel lungo periodo e nel singolo evento».

Sono tutti ragionamenti che per produrre delle risposte concrete necessitano degli strumenti legislativi e amministrativi adeguati. I relatori parlano di un «governo del territorio» che sia frutto di una «nuova visione “istituzionale”». Insomma, come si suol dire “ci vuole la volontà politica”.

Non basta evidentemente una circolare dal Ministero. Occorre una sinergia di diversi enti e amministrazioni politiche: Regione, Autorità di distretto, Roma Capitale, Città metropolitana, i vari Consorzi di bonifica e i Gestori del servizio idrico integrato, devono lavorare senza arenarsi in dibattiti sterili, per un arco di tempo che non può restare limitato alla durata media di un Governo o di una amministrazione locale italiana.

L’appello è infatti quello di adoperarsi «su un orizzonte temporale almeno decennale».

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