Ponte Morandi, il manager di Autostrade che ha smentito i vertici: «Sulla sicurezza qualcosa non funziona»

A differenza di tutti gli altri vertici di Aspi e Spea, Selleri è stato l’unico ad ammettere che nel sistema di sicurezza del ponte Morandi non è stato fatto tutto il necessario

Un mese dopo la tragedia del ponte Morandi, il 16 agosto 2018, una delle poche voci fuori dal coro tra i manager di Autostrade per l’Italia ascoltati dalla commissione e Spea del ministero dei Trasporti è stata quella di Alberto Selleri, responsabile della direzione delle nuove opere di Autostrade.


Il quotidiano la Stampa ha riportato alcuni stralci di verbali, acquisiti dalla procura di Genova, dell’audizione di Selleri del 13 settembre 2018, unico tra i dirigenti di Aspi a sollevare dubbi su quanto fatto fino a quel momento dalla sua società per la manutenzione del ponte di Genova: «Sulla sicurezza – aveva detto Selleri – mi sembra che sia qualcosa che non funziona. Questa tabella avrebbe meritato un approfondimento».

Altri prima di Selleri avevano seguito un’altra strategia difensiva, concentrata a scaricare reciprocamente le responsabilità tra i manager di Aspi e quelli di Spea, tra mille «non so» o «non mi risulta». Tra loro l’ex ad di Aspi, Giovanni Castellucci, che in quell’occasione non solo scaricò ogni responsabilità sui progettisti, ma negò anche che prima della tragedia che ha ucciso 43 persone ci fosse una particolare «esigenza» di sicurezza per intervenire sul Morandi, nonostante gli allegati al dossier sulla ristrutturazione riportassero dati preoccupanti, come ammesso invece da Selleri.

Proprio su quella tabella, che faceva una valutazione sismica e riportava i coefficienti di sicurezza del progetto, Selleri aveva poi aggiunto: «Mi sembra assurdo. Non so cosa dire. In effetti qui sembra un ponticello», parlando apertamente di «errori madornali».

I dirigenti di Spea, sulla stessa linea di quelli di Aspi, hanno sempre scaricato le responsabilità sui manager di Autostrade. Ma Selleri, che ha lavorato anche in Spea, ha spiegato che dopo le verifiche: «non tornano i conti», il progettista «normalmente alza la mano e dice c’è qualcosa che non va», risalendo la filiera del capo dell’ufficio strutture al direttore tecnico «oppure direttamente ad Autostrade. La prassi è questa».

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