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India, proteste e morti per la legge anti-musulmani: cosa sta succedendo nel Paese (spiegato in 3 minuti)

L’emendamento prevede la concessione della cittadinanza a rifugiati di fede indù, sikh e buddiste, Jain, parsi e cristiana escludendo quelli di fede islamica

Il premier Narendra Modi tira dritto. Si infiammano le proteste in India contro la nuova legge sulla cittadinanza. Migliaia di persone sono scese in piazza contro il governo e il partito ultra nazionalista, Bjp, del premier indiano. A guidare la protesta sono perlopiù gli studenti delle università islamiche. Proteste che Finora hanno portato a un bilancio di sei morti e oltre 200 feriti.

La polizia ha sparato gas lacrimogeni sui dimostranti che protestano contro la legge di cittadinanza a New Delhi. Lo riferisce la Pti, precisando che gli agenti sono entrati in azione dopo una sassaiola da parte dei manifestanti. Nella capitale si registrano difficoltà per la chiusura di alcune stazioni e arterie stradali.

La nuova legge, approvata la settimana scorsa, e voluta dal premier Modi, introduce la discriminante religiosa per la concessione della cittadinanza ai rifugiati dei Paesi vicini di Afghanistan, Pakistan e Bangladesh.

In particolare, ​il controverso emendamento alla legge sulla cittadinanza approvato la scorsa settimana dal Parlamento vuole regolarizzare gli immigrati provenienti che sono arrivati ​​nel Paese prima del 31 dicembre 2014 e che appartengono alle religioni indù, sikh e buddiste, Jain, parsi e cristiana, escludendo quelli di fede musulmana.

Il governo indiano, un Paese che non ha un regolamento specifico per i rifugiati, ha giustificato la legge con la necessità di concedere asilo alle minoranze perseguitate nei loro Paesi di origine. Tuttavia, in tal senso, esclude minoranze come gli hazara, musulmani sciiti, sottoposto a una dura repressione sia dai talebani che dal governo afgano.

Le proteste degli studenti

Diverse centinaia di persone si sono riunite davanti all’Università Jamia Millia Islamia di New Delhi, un’istituzione creata nel 1920 per sostenere la comunità musulmana nel Paese e uno degli epicentri delle proteste studentesche contro l’emendamento.

Per lo più concentrate nel Nord-Est dell’India negli ultimi giorni, dove hanno perso la vita sei persone, le proteste si sono diffuse domenica sera in diversi campus del Paese.

I manifestanti e la polizia si sono affrontarti all’interno e intorno all’ateneo, che è tra i più prestigiosi del Paese. Gli agenti delle forze dell’ordine hanno sparato gas lacrimogeni e respinto la folla a colpi di bastonate, mentre i manifestanti sono accusati di aver bruciato quattro autobus e due veicoli della polizia.

Oltre a denunciare la legislazione che sostengono escluda i musulmani, i manifestanti hanno protestato contro le cariche della polizia avvenute nel campus, che hanno causato oltre duecento feriti. Le proteste sono state registrate anche nelle università di Delhi, Uttar Pradesh (nord), Mumbai (ovest) e Hyderabad (sud).

Cosa prevede il nuovo emendamento

Il testo è stato approvato con 125 voti a favore e 105 contrari. «Un giorno storico per l’India e per i valori di solidarietà e fratellanza della nostra nazione», aveva twittato il premier Narendra Modi.

Il premier Modi è accusato di voler mettere ai margini della società ben 200 milioni di persone dando vita a quella che Derek O’Brien, deputato dell’opposizione, ha indicato come «analogia inquietante» con le leggi naziste varate negli anni Trenta contro gli ebrei in Germania.

Dopo la sua rielezione lo scorso maggio, Modi ha rafforzato la sua impronta ideologica in base alla quale l’India appartiene agli induisti. Un primo passo verso il raggiungimento di questa visione è stato la revoca, lo scorso 5 agosto, dello statuto speciale del Kashmir, regione a maggioranza musulmana che godeva autonomia dall’indipendenza dell’India nel 1947.

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