C’è chi dice no. Corso Francia, troppa enfasi e troppa sociologia perché è successo a Roma?

Sui social, negli ultimi giorni, in molti hanno innescato il tam tam di polemiche su come la tragedia di Corso Francia sia stata affrontata dai media

Parliamoci chiaro: nel vuoto pneumatico della fase natalizia, l’impatto della tragedia di Corso Francia è stato enorme. La ricerca di informazioni da parte dell’opinione pubblica è stata incessante, e a qualcuno è slittata la frizione. 


Ma soprattutto, tra addetti ai lavori e non, ci si è posti il problema di un’informazione romanocentrica, che ha coperto a tappeto la vicenda perché le era vicina in tutti i sensi. Secondo diversi osservatori, la retorica di Roma Nord è stata orribile. E sono molte le voci che hanno preso posizione per criticare questa dinamica, in un dibattito pressoché del tutto al femminile.

Selvaggia Lucarelli: «Non tollero che si rimarchi che sia una faccenda della “Roma bene”»

La penna de Il Fatto Quotidiano Selvaggia Lucarelli, su Twitter, si è scagliata contro chi ha dipinto la vicenda come una «faccenda della Roma bene», privando di conseguenza di oggettività la ricostruzione dei fatti. «Quello alla guida poteva essere il tizio dietro al semaforo – prosegue Lucarelli – magari un parrucchiere di Settebagni con la Panda di nonna, ma vuoi mettere». 

Barbara Carfagna e Nunzia Penelope e il «ruolo degli editorialisti romani con figli adolescenti»

Della stessa idea è la giornalista Barbara Carfagna che commenta: «Su questo fatto c’è enfasi perché gli editorialisti delle grandi testate abitano a Roma Nord e hanno figli adolescenti e, senza pudore, lo scrivono, anche».

Una posizione, quella di Carfagna, a cui ha risposto la giornalista Nunzia Penelope, commentando: «Non sono editorialista e non abito a Roma Nord, ma mia figlia a “Ponte” c’è cresciuta, come milioni di ragazzini romani. Ovvio che scatti una sorta di identificazione. Ma chiunque abbia figli trema – credimi – a ogni incidente: è sempre come se stesse capitando a noi, sempre». 

In tutta risposta, Barbara Carfagna ha replicato: «Certo. È quello che sostengo. Ma degli altri quattro giovani mancati in questi giorni in altre città (due promesse dello sport, tra loro e una giovanissima se non vado errato) perché nessuno scrive dopo appena mezza giornata?». 

Al che, Nunzia Penelope ha replicato, ammettendo che sulla vicenda di Corso Francia vi sia stata una particolare attenzione: «Vero. Il 15 dicembre 10 morti in una notte, nel 2018 oltre 400 ragazzi morti. Una tragedia continua e sottovalutata. Perché di Ponte Milvio si parla, si scrive, di più? Non so. Forse per le caratteristiche, forse perché è Natale; ma in ogni caso ben venga, se aumenta l’attenzione».

Marianna Aprile: «Esasperazione emotiva a spot irrispettosa e stucchevole»

Lo scambio tra Carfagna e Penelope è nato però da un cinguettio di un’altra giornalista, Marianna Aprile, che ha osservato come «il racconto dell’incidente di Ponte Milvio ha travalicanto per metodi, copertura, toni e strumentalizzazioni ogni limite, non solo deontologico», aggiungendo che «questa esasperazione emotiva a spot la trovo irrispettosa e stucchevole».

Arianna Ciccone: «Siamo all’ottavo giorno di copertura di un incidente stradale. Mi ero illusa che la bestia si sarebbe placata»

Arianna Ciccone, fondatrice dell’International Journalism Festival e giornalista di ValigiaBlu, parla di «bestia non sazia». «Siamo all’ottavo giorno di copertura di un incidente stradale – scrive Ciccone sul proprio profilo Twitter, riproponendo una riflessione pubblicata su Facebook il 27 dicembre – Dopo averci raccontato ogni particolare possibile, siamo all’articolo sulle mamme degli amici che dicono che i figli non dormono più». 

E anche Ciccone ha posto l’attenzione sulla mancata notizia delle altre vittime degli incidenti stradali occorsi in questi giorni, le cui storie son state «divorate» dal racconto della tragedia di Corso Francia che – fa intendere Ciccone – si presta maggiormente all’arte dello storytelling, fondata su una narrazione intrisa di retorica emotiva. 

“Sbatti il mostro in prima pagina” e le accuse contro l’infelice titolo di Repubblica

Ma già dal primo giorno le polemiche si erano moltiplicate, a partire da un titolo molto infelice che campeggiava sulla prima pagina de la Repubblica del 23 dicembre, “Travolte a 16 anni. Autista drogato”, con articoli a firma di Federica Angeli, Antonio Fraschilla e Angelo Sevelli. 

Un titolo che da subito ha scatenato le osservazioni fortemente critiche di altri addetti ai lavori. A puntare il dito contro Repubblica, tra gli altri, i giornalisti Gaia Tortora, Andrea Vianello e Mario Lavia. 

«Non sappiamo ancora nulla sulla dinamica sugli esami di approfondimento. Due creature sono morte. E questo titolo amici di Repubblica è orrendo», ha commentato Gaia Tortora.

«Come è possibile sintetizzare il dramma di Corso Francia, le due ragazze mano della mano che corrono sotto la pioggia, falciate su una strada buia nella notte stolta di Roma da un loro quasi coetaneo, con un titolo virgolettato in prima pagina: “Austita drogato”? No, Repubblica», si è domandato retoricamente il giornalista e conduttore Andrea Vianello. 

Più telegrafico il commento del giornalista Mario Lavia: «E Rep sbatte il mostro in prima pagina: “DROGATO”. Nemmeno Libero».

La risposta di Angeli: «Persone che non hanno mai fatto un giorno di cronaca nera che danno lezioni di giornalismo»

E a tutte queste polemiche ha risposto una delle dirette interessate, la giornalista Federica Angeli che, in un tweet, ha replicato indirettamente alle accuse delle colleghe e dei colleghi.

«Persone – scrive Angeli – che non hanno mai fatto un giorno di cronaca nera che danno lezioni di deontologia e di giornalismo su come andavano scritti pezzi e raccontati i fatti. Gente che con altri protagonisti non avrebbe esitato a fare irragionevoli commenti. Quanta ipocrisia, quanta. Troppa».

E Angeli, successivamente, ha rincarato la dose: «Ho avuto la sensazione che le tuttologhe opinioniste della qualunque abbiamo reagito male perché l’incidente non è avvenuto al Casilino con protagonisti stranieri. Due pesi e due misure nel giudicare gli articoli che da cronista mi indignano. Detesto l’ipocrisia».

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