Gli universitari che usano troppo Internet sono meno motivati? Forse, ma non è così semplice

Secondo uno studio condotto tra Milano e Swansea (GB), l’utilizzo della tecnologia e di internet provocherebbe un calo di attenzione e una maggiore solitudine. Ma la realtà sembra essere più complessa di così

L’uso di Internet riduce la capacità di apprendimento degli studenti universitari. È questo l’esito prodotto da uno studio portato avanti da alcuni ricercatori dell’Università di Milano e di Swansea (Gran Bretagna). Ma, come dimostrano altri studi, la questione andrebbe inquadrata in un’ottica più ampia.

La ricerca, pubblicata sul Journal of Computer Assisted Learning a firma di Roberto Truzoli, Caterina Viganò, Paolo Gabriele Galmozzi e Phil Reed, si propone di analizzare le conseguenze dell’utilizzo di Internet sugli studenti universitari e gli effetti sul rendimento e sulla socializzazione.

La ragioni dei ricercatori

Il report è stato condotto su un campione di circa 285 studenti, appartenenti ai corsi di laurea in ambito sanitario. Le valutazioni sono state fatte su diversi aspetti: uso delle tecnologie digitali, capacità di apprendimento, motivazione, ansia e solitudine.

«I risultati suggeriscono che gli studenti con una forte dipendenza da Internet potrebbero essere a rischio di demotivazione e quindi di prestazioni inferiori», dice il ricercatore inglese Reed.

Secondo gli studiosi, dal campione esaminato emergerebbe una relazione negativa tra dipendenza da Internet e motivazione: «i soggetti fortemente dipendenti da Internet – si legge – hanno ammesso di avere maggiori difficoltà a organizzare lo studio in modo produttivo e di essere più preoccupati per gli esami».

La dipendenza da Internet, inoltre, stando ai ricercatori, sarebbe associata a un senso di solitudine che renderebbe ancora più difficile studiare. «La minore interazione sociale legata alla dipendenza da Internet – scrivono – acuisce il senso di solitudine e di conseguenza riduce la motivazione a impegnarsi in un ambiente caratterizzato da un forte coinvolgimento sociale come quello accademico».

C’è Internet e Internet, c’è tecnologia e tecnologia

Stando ai ricercatori, «il processo di digitalizzazione dei nostri atenei non può prescindere da una valutazione dei possibili esiti». «È una strategia che presenta opportunità – dichiarano – ma anche rischi non ancora pienamente riconosciuti».

Ma il parere negativo che viene dato dagli studiosi sembra essere legato a un certo tipo di utilizzo che fa il loro campione di Internet e della tecnologia: il 25% di loro, infatti, ha dichiarato di trascorrere più di quattro ore al giorno online, principalmente sui social network (40%).

Al secondo posto c’è la ricerca di informazioni (30%) – un dato generico, che non considera le molte sfaccettature della fruizione su web – seguita dall’ascolto di musica e la visione di video (23%). Anche in questo caso, il dato andrebbe letto alla luce della qualità e del criterio di selezione operato dagli studenti: è indubbio che alcune cose siano più nocive per l’apprendimento rispetto ad altre, che invece contribuiscono direttamente alla formazione di un bagaglio culturale e controculturale (rispecchi o meno il programma del semestre accademico).

La solitudine? Un problema generazionale più ampio

Per quanto riguarda l’effetto-solitudine, la risposta degli studenti sembra anche qui problematizzare la questione: alla risposta dei ricercatori «Quale sono i principali motivi sociali per cui usi internet?». Le risposte maggiori sono state «mantenere le relazioni a distanza con parenti e amici» (34%) e «mantenere le relazioni della vita di tutti i giorni».

La risposta attorno alle motivazioni della solitudine sembrerebbe dover essere inquadrata in molti altri fattori – anche e soprattutto socio-economici – e non solo nell’utilizzo delle tecnologie.

In più, se ad esempio, come sottolineato in un articolo de Il Sole 24 Ore, l’utente dedica le sue giornate al “binge watching” su Netflix (cioè la visione compulsiva e continua di episodi di serie tv), è probabile vedrà ridursi la propria vita sociale, semplicemente perché non la coltiva.

Per chi invece usa gli strumenti digitali per relazionarsi con altri, è essenziale capire se li usi nella maniera corretta. Secondo il neuroscienziato John Cacioppo, citato sempre dall’articolo del Sole, è possibile eccome migliorare la propria vita sociale attraverso l’utilizzo degli strumenti digitali: le relazioni che nascono nel mondo fisico possono essere migliorate dall’aggiunta di una dimensione online e, viceversa, le relazioni che nascono nel mondo onlin possono trasferirsi anche nel mondo fisico, aumentando le opportunità di vincere la solitudine.

Il tempo è relativo

La ricerca sulla prevenzione degli effetti negativi delle tecnologie digitali si è concentrata molto sul tempo di utilizzo quotidiano. Anche lo studio dei ricercatori in questione, ha preso come criterio fondamentale il tempo di permanenza sui siti o sulle App. Ma a problematizzare la simmetria tra tempo nel digitale e solitudine/disattenzione ci sono altrettanti studi accademici.

Un recente studio dell’Università di Oxford, uscito sulla rivista Preventive Medicine Reports, ha dimostrato che associare il tempo passato a usare la tecnologia digitale e il minor benessere psicologico (compresa la difficoltà a costruire e mantenere rapporti di amicizia) è un metodo approssimativo e inaffidabile: la correlazione è «troppo piccola per meritare una discussione scientifica sostanziale e, se confrontata con altre attività degli adolescenti, è minuscola».

Quindi sì, probabilmente Internet e la tecnologia hanno separato ulteriormente le nuove generazioni da un modo classico di fruire l’accademia e l’insegnamento. Ma forse c’è da chiedersi quanto i corsi e le istituzioni universitarie siano state capaci di comprendere le mutazioni della società – su tutte la sempre maggiore frammentarietà della vita dei singoli individui, sempre più spesso costretti a separarsi dai loro amici e dalle loro famiglie per sopravvivere – e di venire incontro alle nuove attitudini e problematiche degli studenti. E quanto siano state in grado di formarli per riuscire a usare le tecnologie come un vantaggio, e non come un elemento peggiorativo della propria condizione.

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