Davos, parlano i “giovani leader”: «Gli altri avranno anche esperienza, noi però abbiamo le idee per cambiare»

Cambiamento climatico, parità di genere, disuguaglianza. Sono alcuni dei problemi per cui si battono i giovani attivisti invitati al forum economico

«La generazione più grande ha molta esperienza, ma noi abbiamo idee, abbiamo energia[…] Vogliamo essere coinvolti nel cambiamento dall’inizio alla fine». È la rivendicazione di Natasha Mwansa, 18 anni, originaria dello Zambia. Nel suo paese ha fondato un’associazione che si batte per la salute dei giovani, per dare una voce ai suoi coetanei e far sì che anche i “grandi” del mondo gli ascoltino. Come al Forum economico mondiale a Davos, il raduno dei “potenti” della politica internazionale e dell’economia globale, dove Mwansa è stata invitata insieme ad altri 9 altri ragazzi e ragazze under 20 (tra cui Greta Thunberg) che si sono distinti per i loro attivismo e il loro impegno civico nei rispettivi paesi.


Il raduno è ancora in corso (finirà venerdì) ma molti dei giovani relatori hanno già avuto modo di raccontare la loro storia e di condividere le loro idee sull’attivismo giovanile – al netto di un anno che ha visto i giovani scendere in piazza per l’ambiente come in difesa della loro democrazia a Hong Kong come in Sudan – sul ruolo che possono giocare i social media e sull’andamento della politica. Trasudano ottimismo e rivendicano con determinazione un ruolo per loro stessi e per la loro generazione, non solo per il futuro, ma già oggi. Chiedono – anzi esigono – di essere coinvolti. E di essere ascoltati dagli adulti ai quali si rivolgono con pragmatismo, non con arroganza ma con consapevolezza. Abbiamo raccolto alcune delle loro testimonianze.

Autumn Peltier, 15 anni: “Guerriera per l’acqua”

Peltier, nativa americana dall’Ontario, è stata una “guerriera per l’acqua” da quando aveva 8 anni. Nel suo intervento ha spiegato come è arrivata a battersi iper una diritto fondamentale ma tutt’altro che scontato: «La mia strada verso l’attivismo è iniziata quando avevo 8 anni. A un’ora da casa c’era una comunità che non ha avuto accesso all’acqua potabile per 20 anni. C’erano bambini che non sapevano cosa fosse bere acqua fresca. Non sapevo cosa significasse nulla di tutto ciò. Tornai a casa e chiesi a mia madre: cosa significa? Poi scoprii che non era l’unica comunità che aveva problemi di questo genere in Canada: ce n’erano ben 100, di cui 40 soltanto nello stato dell’Ontario»

Naomi Wadler, 13 anni: Da Parkland a Davos

Sono diversi i movimenti di giovani nati negli Stati Uniti negli ultimi anni per chiedere al proprio governo un intervento decisivo per mettere un argine alle sparatorie nelle scuole. A soli 13 anni, Wadler è diventata una delle voci più in vista. A Davos ha raccontato la sua storia: «Quando avevo 11 anni ho organizzato una marcia nella mia scuola elementare: 17 minuti, un minuto per ogni studente e docente ucciso nella sparatoria a Parkland in Florida. Mi sono presto resa conto che la violenza con le armi da fuoco non era un problema che mi riguardava direttamente e che non potevo parlarne in modo autentico. E così ho iniziato a pensare a ciò che avevo vissuto e la risposta mi è sembrata ovvia: dovevo parlare della mia esperienza come donna di colore, del fatto di essere cresciuta sentendomi dire che sono meno degli altri, che non sono niente di più dello stereotipo della ragazza nera, arrabbiata e irrispettosa. E quindi ho deciso di dare voce ad altre ragazze di colore perché non credo che ne ricevano abbastanza»

Ayakha Melithafa, 17 anni: «I Ceo minano la democrazia evadendo le tasse»

Melithafa, originaria del Sud Africa, fa parte dell’African Climate Alliance, un gruppo di giovani attivisti che si batte per velocizzare la “transizione energetica” nel continente africano. E per far sì che i governi e le multinazionali rispettino i patti e facciano la loro parte, come ha ribadito nel suo intervento: «I CEO delle grandi aziende stanno minando la democrazia e stanno usando i paradisi fiscali per non pagare le tasse. Potrebbero usare quei soldi per eliminare la disoccupazione, per eliminare la disuguaglianza, quindi sento che dobbiamo affrontare veramente questo problema e “bacchettare” i Paesi che non stanno facendo abbastanza […] Come parte del African Climate Alliance abbiamo chiesto al nostro governo di inserire nei curriculum scolastici come materia obbligatoria lo studio dei cambiamenti climatici. Per il momento non l’hanno ancora fatto: voglio assolutamente vedere mettere in atto questo cambiamento»

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Natasha Mwansa, 18 anni: «Serve più ottimismo dai media»

Come ricordavamo nell’introduzione, la giovane attivista originaria dello Zambia si spende molto per i suoi coetanei, sopratutto per le sue coetanee (una delle sue battaglie è contro il matrimonio infantile). Nel suo intervento ha ribadito l’importanza della collaborazione con i governi ma anche con “il quarto stato”: «I media hanno il potere di plasmare le nostre menti, di mettere gli attivisti al centro di qualsiasi conversazione, ma a volte smettono dopo poco di interessarsi a un determinato problema. E poi ne parlano in modo troppo negativo: a volte la situazione non è così grave come sembra, ma poiché i media esagerano, rendono ancora più difficile la sua risoluzione. Penso che i media possano essere di grande aiuto nell’ampliare le voci di diversi giovani nelle società più deboli. Ma dovrebbero anche portare speranza»

Salvador Gómez-Colón, 17 anni: «La politica ci aiuti a sentirci cittadini del mondo»

L’urgano Maria che ha devastato Puerto Rico nel 2017 ha segnato la sua vita, non perché ha perso la casa, ma perché lo ha spinto a uscire dal suo quartiere per interessarsi alla vita di chi era meno fortunato di lui. Con la sua associazione ha distribuito lampade, lavatrici e altri beni di consumo a chi aveva perso tutto. A Davos pur ribadendo il ruolo propositivo che possono giocare i giovani, ha elencato anche le responsabilità della politica: «Siamo stanchi delle promesse. Siamo stanchi di venire a Davos e di non fare nulla […] Noi ci stiamo muovendo in giovane età e penso che sia un esempio per gli altri, che sia fonte di ispirazione. Mi piace pensare che i politici vedano che il vento sta cambiando, ma allo stesso tempo noi tutti dobbiamo essere propostivi. I politici devono smettere di inseguire il loro interesse di parte o di partito e riflettere su come possono migliorare il mondo. Devono aiutarci a vedere non i muri che ci separano ma a vederci come cittadini del mondo»

Mohamad Al Jounde, 18 anni: «Non avevo una scuola. Quindi ne ho fondata una»

La storia di Mohamad è anche la storia della nostra epoca, delle guerre civili in Medio Oriente, della fuga dei profughi: «Nel 2011 è scoppiata una rivoluzione in Siria. Dopo un po è diventata una guerra civile a cui mia madre ha preso parte. Per questo è stata arrestata due volte e ha ricevuto minacce di morte e siamo dovuti fuggire in Libano. Nel 2013 siamo arrivati in Libano. Non sono stato a scuola per quasi 4 anni in Libano e a un certo punto ho deciso che sarei stato io a fondare una scuola. Ora abbiamo circa 740 studenti a rotazione ogni 6 mesi e lavoriamo con 500 donne. I bambini con cui lavoriamo hanno tra i 5 e i 12 anni: si diplomano dopo 6 mesi e poi passano a una scuola normale»

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