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La donna che ha denunciato i presunti spacciatori a Salvini: «Io avrei citofonato come lui, quando uno ha ragione è giusto fare così»

«Non mi aspettavo telecamere, giornalisti e polizia. Ma non mi sento usata, mi sento dalla sua parte, l’importante è che questa storia sia venuta fuori»

Non rinnega niente Anna Maria Biagini, la donna che, insieme ad alcuni agenti della polizia e una schiera di giornalisti, ha scortato due giorni fa Matteo Salvini fino al citofono di una famiglia alla periferia di Bologna, dove ha fatto pubblicamente nome e cognome del ragazzo presunto «tunisino e spacciatore». «Io avrei fatto la stessa cosa, avrei suonato al citofono come ha fatto Salvini, perché quando uno ha ragione è giusto fare così», dice in un’intervista a La Stampa. «E nessuno mi leva dalla testa che siano stati loro a rompermi i vetri della macchina». Il giorno dopo l’episodio, Biagini ha trovato la sua macchina danneggiata. Non è ancora stato chiarito chi ha compiuto il gesto. In merito alla modalità pubblica attraverso cui si è svolta la gogna mediatica, che ha provocato la protesta dei residenti, la donna ammette che l’idea non è stata certo sua.


«Non mi aspettavo che ci sarebbero state telecamere e giornalisti, così come lo schieramento di polizia. Pensavo che ci sarebbe stato solo un colloquio con Salvini, poi è stato lui a trasformarlo in un evento pubblico». Ma la piega imprevista non ha scosso Biagini: «Può aver sbagliato, ma conosciamo Salvini e sappiamo com’è spontaneo. Io comunque non mi sento usata, mi sento dalla sua parte, e l’importante è che questa storia sia venuta fuori». La donna, che «gira armata» per paura, ma «solo di sera», spiega che se fosse successo a lei «li avrebbe fatti entrare e avrebbe chiesto spiegazioni». «Non ho niente da nascondere», dice.


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