In Cina chiudono le fabbriche. E ci ricordano quanto siano essenziali (anche) per la produzione europea

Vincenzo Baglierei insegna all’Università Luigi Bocconi di Milano, è lui a spiegare a Open quali saranno gli effetti del coronavirus sulla produzione delle aziende occidentali

Foxconn ha chiesto ai dipendenti del suo quartier generale a Shenzhen di non tornare al lavoro alla fine delle festività per il Capodanno cinese. I cancelli delle sue fabbriche infatti resteranno chiusi «Per salvaguardare la salute e la sicurezza di tutti e rispettare le misure di prevenzione del governo». Ovviamente, la paura è tutta per il Coronavirus.


Questa azienda, con sede a Taipei, non è certo fra i marchi più famosi di tecnologia. Difficilmente avrete in mano o conoscerete un prodotto con inciso il suo logo. Eppure è da qui che arrivano alcuni dei dispositivi più diffusi. Foxconn è il primo fornitore cinese per il mercato della tecnologia. A Shenzhen ha un impianto da oltre 330mila dipendenti dove vengono assemblati iPod, iPhone, iPad, Playstation, Nintendo, Amazon Kindle e Xbox.

Le condizioni di lavoro dei suoi operai sono state anche al centro di diverse inchieste giornalistiche, come questo reportage della rete statunitense Abc o questo approfondimento di Business Insider. Così come Foxconn, molte altre aziende, poco conosciute dal mercato di massa, hanno la loro sede in Cina e sono dei nodi fondamentali nella catena di produzione in diversi settori, compresi quello del tessile e dell’automotive.

«Foxconn non sarà l’ultima fabbrica a fermarsi». L’intervista a Vincenzo Baglierei

Vincenzo Baglieri è un docente dell’Università Luigi Bocconi di Milano. Fra le materie di cui si occupa c’è anche la Gestione strategica della relazione con la fornitura. È con lui che abbiamo cercato di capire cosa succederà alle aziende di tecnologia durante l’epidemia del coronavirus.

La notizia della chiusura di Foxconn è appena arrivata. Ci saranno altre fabbriche che non riapriranno i cancelli deopo le feste per il Capodanno cinese?

«Foxccon è il caso più emblematico ma sono ferme, e continueranno a fermarsi, anche tutte le fabbrica che si occupano di automotive o componentistica per il mercato della tecnologia. Se l’epidemia continua con questi ritmi anche altri settori subiranno l’impatto delle chiusure aziendali».

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Quanto sono importanti queste aziende nel mercato occidentale?

«Negli ultimi 20 anni abbiamo creato sistemi economici basati su una supply chain, la catena di produzione e distribuzione, globale. Oltre a questo abbiamo sviluppato anche un modello di produzione just in time, dove tutto viene prodotto e consegnato al cliente in tempi brevi.

Molte aziende al di fuori della Cina si occupano soprattutto di assemblare. Hanno magazzini molto ridotti e senza forniture possono garantire, nella maggior parte dei casi, quattro settimane di produzione».

Cosa dobbiamo aspettarci dal blocco delle aziende dovuto al coronavirus?

«Sicuramente un calo della produzione, sopratutto per i prodotti altamente tecnologici, ma anche per la meccanica di precisione e l’abbigliamento. Dobbiamo aspettarci un andamento a picchi: prima ci saranno meno offerta sul mercato in questi settori, e i prezzi aumenteranno. Dopo, quando le fabbriche cinesi torneranno attive, ci sarà invece un eccesso di merce e quindi una diminuzione dei prezzi. Una sorta di ottovolante».

Gli effetti sul mercato saranno significativi? Se ne accorgeranno anche i consumatori?

«Dipende dai prodotti. Credo che l’effetto sarà abbastanza ridotto per il mercato di massa, soprattutto per i prodotti voluttuari, quelli di cui non abbiamo strettamente bisogno. Sarà difficile che i prezzi degli iPhone aumentino in modo sensibile. Il problema saranno alcuni prodotti specifici, il cui acquisto non può essere rimandato.

Penso ai glucometri, i dispositivi che si occupano di misurare il livello di glicemia nel sangue e sono fondamentali per i pazienti diabetici. Se vengono a mancare i componenti prodotti in Cina, i prezzi potrebbero alzarsi, visto che l’acquisto di questo bene non può essere posticipato».

Bisogna preoccuparsi?

«No, meglio evitare il terrorismo psicologico. Non è necessario correre a comprare frigoriferi o televisioni. Piuttosto il Sistema sanitario nazionale dovrò curarsi di avere abbastanza scorte per le forniture mediche che arrivano dalla Cina».

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Quanto durerà l’effetto sui mercati del coronavirus?

«Questa situazione, contingente, mi auguro possa rientrare nell’arco di due mesi. L’onda lunga di questo evento però si farà sentire sui mercati ancora per un po’ di tempo».

Dopo questo evento, è possibile che le aziende che hanno spostato la produzione in Cina scelgono di portare le fabbriche in altri Paesi?

«È impensabile che vengano cambiate ora le catene di produzione. Ormai molte aziende si basano su un sistema di second sourcing: la maggior parte della forniture, diciamo anche un 70%, arriva da lontano ed è a poco prezzo, come succede per chi delocalizza la produzione in Cina.

Il resto della produzione è garantito invece da fabbriche che si trovano più vicino alle aziende dove vengono assemblati i prodotti, costano un po’ di più ma sono più controllabili».

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