Erasmus tra Nord e Sud, cinque cose che non convincono della proposta delle Sardine

Alcuni spunti di riflessione sulla proposta di Mattia Santori per appianare le disuguaglianze tra il Mezzogiorno e il resto del Paese

Fa discutere la proposta di Mattia Santori “capo-Sardina” per risolvere i problemi del Meridione. C’è addirittura chi, per eccesso di entusiasmo nel valutare la sua proposta per colmare il divario di opportunità che separa i due estremi geografici del Paese, scomoda Francesco Saverio Nitti e altri grandi intellettuali che, dopo l’unità d’Italia, per primi formularono la “questione meridionale”. A dire che il divario a cui allude Sartori esiste sono i dati sull’occupazione come anche le graduatorie universitarie. Il divario c’è e le ragioni sono complesse, alcune di lunga durata, alcune di creazione recente. È vero che emigrare al Nord può aiutare a trovare lavoro, ma è altrettanto vero che farlo non è alla portata di tutti. 

Terza premessa: è sicuramente un bene che se ne parli, quindi se le sardine o chi per loro riescono a far partire un nuovo dibattito sulla questione, tanto di guadagnato. Però siamo sicuri che mandare alcuni studenti dal Nord al Sud e viceversa ogni anno per qualche settimana – e chiamarlo “Erasmus” – sia la soluzione migliore? In ordine sparso: 

  1. Pagherebbe l’Ue? I finanziamenti per il programma Erasmus provengono dal budget europeo. Vengono distribuiti dalla Commissione ai vari Paesi membri in base a una serie di fattori (popolazione, costo della vita, distanza tra le varie città) con l’obiettivo di facilitare la mobilità europea. Perché dovrebbe finanziare un progetto che non riguarda l’Europa ma l’Italia? 
  2. Se non è l’Unione europea a finanziarlo, sarebbe lo Stato italiano tramite il Miur a farlo, presumibilmente. Ma non ci sono cose su cui avrebbe più senso investire? Come nuovi finanziamenti alla ricerca (dove l’Italia è in fondo alle classifiche europee, come sappiamo), o magari assumendo una generazione di precari che – come la ricercatrice che ha aiutato a isolare il genoma del nuovo Coronavirus allo Spallanzani – faticano a trovare un impiego stabile.
  3. Ma perché i giovani del Sud dovrebbero voler andare nelle università del Nord, anziché nel Regno Unito, in Francia o in Germania? Perché nello scegliere un’università secondo criteri meritocratici, come la qualità dell’offerta didattica e della ricerca, bisogna poi applicare il filtro “nazionale”? Se sono uno studente campano e ho la possibilità di studiare nel miglior dipartimento di fisica in Europa, perché devo accettare di frequentare il terzo o quarto migliore solo perché è in Italia?
  4. Quale “cultura” andrei ad approfondire? Fa parte degli obiettivi del programma Erasmus quello di creare un bagaglio di esperienze condivise tra gli studenti europei che possano servire come basi di una cultura comune, genuinamente europea. Ma la grande attrattiva di intraprendere l’erasmus consiste per molti nel fatto di poter conoscere un’altra cultura, diversa dalla propria, e imparare o migliorare una lingua straniera. Siamo così sicuri che lo stesso si possa dire di una ragazza che da Treviso si trasferisce a Reggio Calabria – o viceversa?
  5. Non si tratta di una “leva accademica” mascherata da Erasmus? Dietro alla proposta delle Sardine si percepisce una suggestione di fondo: ricompattare il Paese creando un’occasione per il confronto e per l’incontro tra i suoi estremi, tra parti che non si conoscono o che non si frequentano abbastanza. Bene: senza addentrarci sul senso reale o presunto di declinare questo principio in ambito nazionale (perché farsi ossessionare dalla necessità di rafforzare l’italianità?), non ci sono modi migliori per farlo, tramite il volontariato o i tornei sportivi? Ma, soprattutto, non avrebbe senso creare solidarietà e conoscenza – su base continuativa e non soltanto per qualche mese all’anno – tra vicini, tra i quartieri ricchi e quelli meno abbienti nelle nostre città, tra le città e le periferie rurali che sempre più assomigliano a due paesi diversi?

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