Roma, Lucha y Siesta: oggi il distacco delle utenze. Cinque donne fuoriuscite dalla violenza rischiano di rimanere senza casa

Minacciato più volte e più volte scampato, è annunciato per oggi il distacco delle utenze dell’edificio messo all’asta da Atac

Doveva, o poteva, essere una storia a lieto fine. E invece, per il momento, la parabola della Casa delle Donne Lucha y Siesta, nel popoloso quartiere Tuscolano di Roma, sembra aggrovigliarsi sempre più.


A partire da oggi, 25 febbraio, è infatti previsto il definitivo distacco delle utenze della Casa rifugio per donne che fuoriescono dalla violenza domestica. La Casa, infatti, è sotto sgombero: si trova in uno stabile occupato di proprietà dell’azienda capitolina dei trasporti. Sull’orlo del fallimento, l’Atac ha deciso qualche tempo fa di vendere il suo patrimonio immobiliare nell’ambito della procedura di concordato preventivo. E, dopo un lungo tira e molla, l’edificio di via Lucio Sestio 10 sembra definitivamente destinato ad andare all’asta il 7 aprile. Vuoto, possibilmente, raccontano le attiviste. Perché la procedura è per fare profitto, e vuoto vale di più.

MASSIMO PERCOSSI HAVER/DI PIAZZA/CAPPONI | Lucha Y Siesta. Roma, 7 settembre 2019

E le donne ospiti?

Il distacco delle utenze «è solo l’ultimo colpo inferto di una lunga serie», dicono le luchadore. Al momento ci sono 14 donne – e i loro figli – ospiti della Casa perché impegnate in un percorso di fuoriuscita dalla violenza domestica. «Le stiamo facendo uscire e le mettiamo in sicurezza: sono già state soggette a situazioni di violenza e certamente non le mettiamo in un’altra situazione di difficoltà», spiega a Open Simona, un’attivista e operatrice di Lucha y Siesta. Solo che cinque di loro rischiano al momento di non avere un piano B.

E nel frattempo continuano a bussare alla porta della Casa rifugio altre donne. Cosa succederà loro se non verranno accolte da Lucha y Siesta sotto sfratto? In tutta Roma ci sono quattro case rifugio e un totale di 39 posti letto per donne sopravvissute alla violenza: il comune ne ha 25, Lucha 14, che stanno per essere quindi persi. Per un territorio come quello della Capitale, sarebbero necessari almeno tre-quattrocento di posti letto ai sensi della convenzione di Istanbul, la convenzione del Consiglio d’Europa sulla violenza contro le donne ratificata dall’Italia nel 2013.

MASSIMO PERCOSSI HAVER/DI PIAZZA/CAPPONI | Lucha Y Siesta. Roma, 7 settembre 2019

Il Campidoglio

«Negli appartamenti individuati da Roma Capitale e messi a disposizione in via preliminare per le donne e i bambini in uscita dall’immobile Atac, prenderà avvio in cohousing un nuovo servizio di accoglienza e sostegno personalizzato volto ad agevolarne il percorso verso la totale autonomia», si legge in una nota stampa diffusa dall’amministrazione una settimana fa. «Il nuovo servizio strutturato da Roma Capitale è basato su appartamenti capaci di offrire sicurezza e servizi personalizzati in base alle specifiche esigenze delle singole donne, con i loro bambini, con il supporto anche dell’intera rete dei centri antiviolenza sul territorio cittadino e dei servizi sociali».

L’annuncio dell’immobile all’asta su Immobiliare.it

Le soluzioni «sbandierate dal Campidoglio sono degli appartamenti – cinque – dove dovrebbero andare a vivere in cohousing», ribatte Simona. «Ma sono sufficienti per nove donne». Alle altre cinque attualmente accolte a Lucha y Siesta l’amministrazione avrebbe proposto «delle sistemazioni in case famiglia e due in casa rifugio, sempre in altre zone della città: lì le donne non vogliono andare, perché per loro significa ricominciare tutto da capo, non solo da un punto di vista di spostamenti – il lavoro, i bambini a scuola – ma anche per il loro percorso personale», dice Simona. Per loro, le attiviste stanno cercando «altre soluzioni – non certamente quelle proposte dal Comune – insieme ai servizi sociali con cui eravamo già in rete e stavamo costruendo i progetti di semi autonomia delle donne».

MASSIMO PERCOSSI HAVER/DI PIAZZA/CAPPONI | Lucha Y Siesta. Roma, 7 settembre 2019

«Resisteremo»

L’occupazione di Lucha esiste dal 2008, ha ospitato più di cento donne fuoriuscite dalla violenza e con lo sportello di ascolto ne ha aiutate un migliaio. Lotta contro lo sgombero e la vendita dello stabile da più di due anni. «Da dicembre a oggi tutte le donne che animano la casa di via Lucio Sestio, sia le ospiti sia le operatrici, hanno vissuto un vero e proprio inferno, che ha confermato il primato del “rispetto delle procedure” e dei profitti sulle vite umane», si legge sulla pagina Facebook della Casa.

«Siamo stremate, ma non abbiamo alcuna intenzione di mollare», dice ancora Simona. Dalla mattina di oggi ci sarà un presidio permanente, una colazione resistente e poi una grande assemblea pubblica alle 17.

«Le donne usciranno ma noi restiamo e non ce ne andiamo», spiega l’attivista. «Noi abbiamo qui anche un centro antiviolenza e facciamo decine di colloqui al giorno. Il nostro telefono squilla continuamente, abbiamo molti casi che stiamo seguendo con l’autorità giudiziaria, i servizi sociali e il commissariato: continueremo a fare questo lavoro. Ci sono nuovi ingressi che aspettano: quelle donne, se non verranno qui, chissà dove andranno. Lavoriamo anche su questo. E resisteremo con la città tutta e l’associazionismo, fino a che non avremo la certezza che Lucha verrà salvata nella sua interezza. Quelli delle donne sono luoghi imprescindibili della società: non possiamo retrocedere: sentiamo tutta la responsabilità di far parte di qualcosa che va oltre noi. In un momento in cui arrivano notizie di possibile chiusura anche della Casa delle Donne di Milano».

Instagram/Lucha y Siesta

E i soldi stanziati dalla Regione?

La casa va all’asta «e la politica viene scavalcata», è l’accusa. «Benché la Regione Lazio abbia formalizzato la sua proposta d’acquisto dello stabile: ma il Tribunale fallimentare, l’Atac e il Comune dicono che la procedura è per ‘fare soldi’, e che se qualcuno offre di più dei due milioni e mezzo messi dalla Regione, allora l’edificio va a quel qualcuno. È fare profitto: della vita delle persone e della città non importa», dice Simona.

Un’altra ipotesi vagliata dalla Regione e di cui aveva parlato a Open la consigliera Marta Bonafoni è quella di usare i fondi stanziati dalla Regione Lazio «per la ristrutturazione di un immobile che fa parte del patrimonio regionale, già valutato come restituibile alla cittadinanza» e che si trova in via Sagunto, nello stesso quadrante e a pochi metri dall’attuale sede di via Lucio Sestio. «Con la prospettiva, aggiungo, di creare un vero e proprio polo di welfare sul territorio con tutta una serie di altri servizi e realtà». 

Instagram/Lucha y Siesta

«A noi va benissimo», dice Simona. «Non siamo attaccate alle quattro mura. Certo ci spiace che un bene comune della città diventi privato, ma il nostro progetto ha una valenza che sia qui dove siamo o a due vie di distanza. L’importante è che continui, che la città non perda un presidio e che un know how costruito e riconosciuto a livello nazionale e internazionale non venga disperso».

Per il momento è «la vittoria della burocrazia sulla politica», dice l’attivista di Lucha. «Nel solco di quello che l’amministrazione comunale in questo caso sta facendo alla città tutta: niente autonomia, niente libertà, autogestione, pratiche di partecipazione. Ma servizi neutri che non hanno alla base alcun percorso culturale, men che mai un’impostazione femminista e un approccio di genere: solo qualcosa di simile, con cui magari mettersi una medaglietta». Niente a che vedere «con le pratiche di liberazione delle donne e con i loro percorsi di autodeterminazione», insomma. «Mi spiace dirlo, ma cosa sia la violenza di genere non lo hanno mica capito».

In copertina ANSA/Massimo Percossi Haver/Di Piazza/Capponi | Lucha Y Siesta. Roma, 7 settembre 2019

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