La dottoressa di Codogno che ha scoperto il “paziente uno”: «Sono andata oltre la prassi e ho cercato l’impossibile»

«L’obbedienza alle regole mediche è tra le cause che hanno permesso a questo virus di girare indisturbato per settimane», ha detto Annalisa Malara

«Quando un malato non risponde alle cure normali, all’università mi hanno insegnato a non ignorare l’ipotesi peggiore. Mattia si è presentato con una polmonite leggera, ma resistente ad ogni terapia nota. Ho pensato che anch’io, per aiutarlo, dovevo cercare qualcosa di impossibile. Mi sono trovata al posto giusto nel momento giusto, o forse in quello sbagliato nel momento sbagliato». In un’intervista a la Repubblica, la dottoressa Annalisa Malara racconta dell’intuizione che le ha permesso di individuare, il 21 febbraio, il “paziente uno” nell’ospedale di Codogno.


Da allora l’Italia si è resa conto che il Coronavirus era in circolazione anche nel nostro Paese e ha iniziato le procedure di contenimento. Malara ha 38 anni, è di Cremona e lavora come anestesista nell’ospedale del Lodigiano. «Per la prima volta farmaci e cure risultavano inefficaci su una polmonite apparentemente banale. Il mio dovere era guarire quel malato. Per esclusione ho concluso che se il noto falliva, non mi restava che entrare nell’ignoto. Il coronavirus si era nascosto proprio qui».

L’aggravarsi delle condizioni

Malara ripercorre la storia clinica dell’uomo: «Mattia dal 14 febbraio aveva la solita influenza, che però non passava. Il 18 è venuto in pronto soccorso a Codogno e le lastre hanno evidenziato una leggera polmonite. Il profilo non autorizzava un ricovero coatto e lui ha preferito tornare a casa. Questione di poche ore: il 19 notte è rientrato e quella polmonite era già gravissima. Quello che vedevo era impossibile. Questo è il passo falso che ha tradito il coronavirus. Giovedì 20, a metà mattina, ho pensato che a quel punto l’impossibile non poteva più essere escluso».

Si inizia ad approfondire l’anamnesi: «Ho chiesto un’altra volta alla moglie se Mattia avesse avuto rapporti riconducibili alla Cina. Le è venuta in mente la cena con un collega, quello poi risultato negativo». Il tampone non è stato immediato: «Ho dovuto chiedere l’autorizzazione all’azienda sanitaria. I protocolli italiani non lo giustificavano. Mi è stato detto che se lo ritenevo necessario e me ne assumevo la responsabilità, potevo farlo».

Il tampone

«Verso le 12.30 del 20 gennaio i miei colleghi e io abbiamo scelto di fare qualcosa che la prassi non prevedeva – continua Malara -. L’obbedienza alle regole mediche è tra le cause che hanno permesso a questo virus di girare indisturbato per settimane». Dopo aver effettuato il test diagnostico, «il tampone di Mattia è partito per l’ospedale Sacco di Milano prima delle 13 di giovedì. La telefonata che confermava il Covid-19 mi è arrivata poco dopo le 20.30. Nel frattempo io e i tre infermieri del reparto abbiamo indossato le protezioni suggerite per il coronavirus. Questo eccesso di prudenza ci ha salvati».

Come mai? «Nessuno di noi è stato contagiato. Siamo usciti il 5 marzo dalla quarantena: chiusi in ospedale abbiamo continuato a curare i malati anche in queste due settimane». Malara non sa se è stata davvero la sua intenzione a salvare la vita del “paziente uno”: «Nessuno può dirlo. Avevo davanti un ragazzo giovane e sano. Il quadro suggeriva una polmonite virale, non batterica. I primi trattamenti, in rianimazione, sarebbero stati gli stessi praticati poi per il Covid-19. Solo dopo il trasferimento al San Matteo di Pavia si è potuto sottoporlo ad una terapia sperimentale».

Il tempo guadagnato per il contenimento

«La fortuna, se insisti, ti aiuta. Se una persona sta male, una causa c’è – spiega l’anestesista -. Se le cure note non funzionano, devi tentare quelle che non conosci. Il Covid-19 non aveva messo in conto che l’essere umano, pur di sopravvivere, non si rassegna». Con la sua intuizione spera «di aver contribuito a dare tempo a colleghi e istituzioni, in Italia e in Europa. Abbiamo guadagnato giorni preziosi per il contrasto all’epidemia. Se anche i cittadini li usano bene, rispettando indicazioni e misure di prevenzione, molti potranno guarire e altri eviteranno il contagio». E conclude con un messaggio alle istituzione: «La responsabilità delle grandi scelte spetta alla politica: che però, in circostanze eccezionali, coincide con l’etica».

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