L’Ungheria e il divieto di cambio di sesso sui documenti. La storia di Agnese: «Anche in Italia c’è un muro: si chiama burocrazia, e pregiudizio»

In Italia per cambiare sesso bisogna affrontare un iter lungo e complesso: «Un giudice deve valutare la tua vita, la tua sessualità e quindi ti senti sotto processo»

«Leggendo l’annuncio “affittasi stanza solo a studentesse”, ho chiamato il proprietario che, dopo avermi fatto vedere la casa, mi ha chiesto cosa ci fosse scritto sul mio documento d’identità, se fossi ancora un uomo o se avessi già le generalità al femminile. Il motivo? Temeva che i genitori delle altre coinquiline potessero lamentarsi. Ma per quale ragione? Cosa avrei fatto di male?».

A parlare è Agnese Vittoria, studentessa di 29 anni al corso di Scienze Umanistiche dell’università di Catania. All’anagrafe il suo nome è Giuseppe, come si legge ancora sul suo documento d’identità. Sul libretto universitario, invece, compare Agnese, ovvero il nome che questa giovane studentessa ha scelto liberamente nel lungo e difficile cammino di trasformazione.

Open | Sulla carta d’identità il nome ancora al maschile

Cosa sta succedendo in Ungheria

La sua testimonianza non è altro che una risposta forte e chiara all’Ungheria che il 19 maggio ha vietato la registrazione del cambio di sesso nello stato civile e il riconoscimento giuridico dell’identità di genere delle persone transgender.

Un emendamento – che definisce il genere «per sesso biologico basato sulla nascita e sul genoma» – è stato approvato dal Parlamento ungherese, in gran parte controllato dal leader sovranista Viktor Orban. Questo significa che d’ora in poi i transgender non potranno più modificare i documenti per cambiare il nome o la propria identità di genere.

La legge – approvata a larga maggioranza, con 134 voti favorevoli, 56 contrari e 4 astenuti – prevede che l’unica registrazione del sesso avvenga alla nascita, sulla base dell’aspetto dei genitali e dei cromosomi. Il genere continuerà a essere registrato anche nel registro dei matrimoni e dei decessi, rendendo impossibile ogni ulteriore modifica. Le associazioni per i diritti dei transessuali, in Ungheria e non solo, si sono dette preoccupate.

«La democratica Europa perché sta in silenzio? Nessuno dice che in questo modo in Ungheria, paese omofobo e autoritario, si legittima ancora di più la società a deriderci, insultarci e offenderci? Lo Stato, in altre parole, dice loro “tu non esisti, sei inferiore”, questo è il messaggio che rischiano di far passare. Per fortuna in Italia non è così» racconta, preoccupata, Agnese.

Il libretto universitario con il nome al femminile

«Non si nasce in un corpo sbagliato, noi chiediamo semplicemente di essere accettati per quello che siamo e che ci sentiamo. Basta demonizzarci. Abbiamo diritto a una vita sociale degna di essere vissuta, non con un nome al maschile e un’identità al femminile (o viceversa). In questo modo non sarebbe possibile», aggiunge Agnese che ricorda i tempi in cui all’università, all’appello risultava ancora con il nome “Giuseppe”. «Che imbarazzo. Quando chiamavano il mio nome in aula calava il silenzio, mi sentivo osservata. Non poteva di certo continuare così». E, infatti, la sua università – così come tante altre in tutta Italia – ha adottato il doppio libretto per studenti transgender.

Open | Sul libretto universitario il suo nome al femminile

L’incubo di essere trans in Italia

Nella vita di tutti i giorni, però, Agnese deve fare i conti con ignoranza e pregiudizi: «In molti si sono rifiutati di affittarmi una stanza. Mi dicevano che era già occupata, inventavano scuse. Io reagivo malissimo, che rabbia che avevo». All’università, invece, nessun particolare episodio di discriminazione: «Le donne erano decisamente più aperte dei colleghi maschi che, lo devo ammettere, non si sedevano accanto a me a lezione e non mi davano nemmeno confidenza. Avevano paura del “contagio” – passatemi il termine – , temevano che potessi minare la loro virilità, la loro sessualità».

Ma Agnese, almeno con i genitori, è stata fortunata: «All’asilo giocavo con le bambole, non con le macchinine. Mi piacevano i trucchi e le pentole. I miei genitori avevano già capito tutto, quindi non c’è stata nemmeno la necessità di dirglielo. Certo, all’inizio per loro è stato come un lutto». La consapevolezza di essere transgender è cresciuta al liceo: «Non uscivo mai, stavo sempre chiusa a casa e le confesso che ho avuto il primo rapporto sessuale dopo la mia trasformazione. Lo so che può sembrarle strano ma ho preferito aspettare. Guardandomi allo specchio, ancora non mi riconoscevo».

Gli stereotipi: trans=prostituta

«”Quanto vuoi?”, “Vuoi un passaggio?”, “Mi dai il numero?”: questo mi dicono per strada. Il motivo? Mi scambiano per una prostituta perché, è inutile che glielo nascondo, questo si pensa di noi in Italia. Trans=prostitute. Pensano che tu sia inferiore, che possano farti tutto quello che vogliono. I ragazzi con cui ho avuto rapporti sessuali? Tutti etero, attratti dalla mia femminilità. Ma lo fanno sempre di nascosto, quasi mai alla luce del sole» ci racconta.

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«Mi sento sotto processo»

La battaglia di Agnese non è ancora finita: ha deciso di aspettare la fine del percorso universitario per imbarcarsi nelle pastoie burocratiche e ottenere il cambiamento dei documenti. «Da noi non è proibito, anzi, ma è un percorso lungo e tortuoso. Un iter in cui finisci per sentirti giudicata, messa sotto processo da un giudice che valuta la tua vita, la tua sessualità e rischi pure che lo psicologo possa mettere in dubbio la tua disforia di genere» spiega Agnese che, al momento, non ha alcuna intenzione di sottoporsi all’intervento chirurgico finale. «Ho troppi dubbi, ho paura di non avere più una sessualità appagante» ci confessa.

Come cambiare sesso nei documenti in Italia

Per ottenere il cambio di sesso nei documenti occorrono anni. Tre (più uno) gli step: percorso psicologico, terapia ormonale, ricorso in Tribunale e intervento chirurgico eventuale. Attenzione: dal 2015 in Italia l’intervento chirurgico per il cambio di sessualità non è più un presupposto necessario ma solo eventuale.

Tre step

  • Percorso psicologico documentato dalla relazione di uno psicologo o psichiatra, sia pubblico che privato. La differenza? Come spiegato dallo studio legale Piemonte, i tempi si accorciano notevolmente con un professionista privato e si allungano, invece, fino a 2 anni, con un professionista del sistema sanitario nazionale. In fase di ricorso al Tribunale, però, è quasi certo che il giudice nomini il suo consulente d’ufficio, nel caso di relazione di uno psicologo o psichiatra privato, meno probabile (ma certamente possibile) se il professionista è di una struttura pubblica;
  • Terapia ormonale prescritta rigorosamente da un medico endocrinologo con l’obiettivo di «inibire le manifestazioni del corpo che sono proprie del sesso di appartenenza» come la crescita della barba o le mestruazioni, la modifica del tono della voce e della muscolatura. «Una terapia che può durare anche due anni» ci spiega Agnese;
  • Ricorso in Tribunale che deve essere depositato da un avvocato e al termine del quale verrà emessa una sentenza per la rettificazione del sesso, il cambio del nome e per l’eventuale operazione chirurgica;
  • L’intervento chirurgico eventuale, che incide sui caratteri sessuali primari (demolizione o ricostruzione di un organo sessuale primario), deve essere autorizzato dal Tribunale. Si tratta di una facoltà e non di un obbligo. In altre parole, si può chiedere il cambio di nome anche senza intervento finale.

Quali documenti si possono cambiare

Tutti i documenti: dalla carta d’identità alla patente, dalla laurea al passaporto. I riferimenti normativi sono la legge 164 del 1982, l’art 31 D.lgs. 150/2011, la sentenza della Corte Costituzionale n. 221/2015 e la sentenza della Corte di Cassazione n. 15138/2015. Nessuna traccia deve rimanere del sesso e dei nomi originari per far sì che la persona transgender possa inserirsi nella società senza essere più discriminata.

Intanto dal 25 maggio, in Italia, sarà online un portale istituzionale che fornirà informazioni indipendenti, certificate e aggiornate per favorire l’inclusione sociale delle persone transgender. «Ben venga ma non si dimentichino, ad esempio, di una legge contro l’omotransfobia, che ci tuteli dagli insulti e dalle minacce che altrimenti restano impunite. E non si dimentichino nemmeno dell’educazione sessuale, sentimentale e di genere nelle scuole. Basta tabù. Non solo un sito per le persone transgender ma anche iniziative e leggi concrete», conclude Agnese.

Foto in copertina dal profilo Facebook di Agnese Vittoria

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