Stati Generali, la protesta degli artisti. Il rapper Ghemon: «Ignorati dalla politica, hanno le nostre proposte da mesi» – L’intervista

Il rapper e cantautore Gianluca Picariello, in arte Ghemon, ha spiegato a Open i motivi del flash mob di questa mattina a Milano

Levante, Diodato, Lodo Guenzi, Manuel Agnelli, Cosmo e Ghemon. Sono alcuni dei nomi più noti tra i cantanti che, questa mattina, hanno partecipato in piazza Duomo a Milano a un flash mob per sostenere i lavoratori dello spettacolo e, in particolare, del comparto musicale. «Il nostro mondo, quello della musica, è stato il primo ad avere chiuso durante l’emergenza Coronavirus e l’ultimo a riaprire. Molti lavoratori si trovano in circostanze in cui non godono delle stesse tutele, degli stessi diritti. Ci sono tante famiglie che dipendono da questo lavoro», così il rapper e cantautore Gianluca Picariello, in arte Ghemon, spiega a Open i motivi della protesta nel giorno in cui il premier Giuseppe Conte ha incontrato i rappresentanti del mondo della cultura agli Stati Generali.

Quali sono stati in motivi del flash mob di oggi?

«Negli scorsi tre mesi e mezzo tante figure, da quelle artistiche, ai musicisti, ai tecnici, a coloro che fanno parte dei management, le associazioni, hanno iniziato a parlarsi. Questo prima dell’emergenza non succedeva. Ognuno di noi si è voluto confrontare, si è preso cura degli aspetti del proprio lavoro, cosa che prima nemmeno conosceva del tutto. Da questi tavoli sono venuti fuori punti importanti per il superamento dell’emergenza, per i lavoratori dello spettacolo intermittenti, ovvero quelli che non godono di una continuità lavorativa. Il nostro mondo, quello della musica, è stato il primo ad avere chiuso e l’ultimo a riaprire. Molti lavoratori si trovano in circostanze in cui non godono delle stesse tutele, degli stessi diritti. Il comparto stesso è stato ignorato dal Dl Rilancio. E comunque stiamo parlando di una grande industria. Solo il comparto cultura fa il 16% di Pil. Sono stati mesi di tavoli tecnici, gli emendamenti sono stati presentati, sono sul tavolo del ministero, il Governo li ha a disposizione, che si prendano in considerazione e non vengano lasciati in fondo alla lista. Ci sono tante famiglie che dipendono da questo lavoro».

C’è una stima delle perdite economiche di questi ultimi mesi nel comparto musicale?

«Non si può fare perché non esiste un censimento vero e proprio. È un settore tanto variegato. Andiamo dagli orchestrali, alle cover band, ai karaoke, ai club, alle discoteche. Non esiste un albo come per le altre categorie. Secondo me si parla di centinaia di milioni di euro, non certo di spicci».

Ma davvero è impossibile organizzare degli spettacoli dal vivo in sicurezza?

«Mi rendo conto che Governo e ministeri si siano trovati in delle situazioni assurde nel dover fronteggiare una crisi che riguarda tutte le categorie lavorative. In casi come il nostro è meglio parlare con chi queste cose le fa sul campo, e capire quali sono i correttivi».

Questa crisi dovuta al Coronavirus potrebbe essere un’opportunità per rilanciare il mondo della cultura e della musica in Italia?

«Che io sappia, governi di colori diversi, che negli ultimi anni si sono succeduti, hanno avuto sul tavolo provvedimenti che riguardano la musica. Ogni volta sono passati di mano, da un colore politico all’altro, e non sono mai andati in porto. Oltre alla questione emergenziale speriamo, come successo in altri Paesi, mi viene in mente la Francia, di adeguarci anche noi per essere più specifici su questo comparto, anche quando la crisi sarà passata. Questo momento ci serve per cogliere la palla al balzo. A noi che oggi eravamo in piazza questo momento è servito per compattarci, speriamo si aggiungano gli altri artisti e che questo serva come inizio per il dopo. Non è una richiesta di elemosina per l’emergenza. È tutt’altro».

Parliamo del tuo ultimo album. Perché hai deciso di pubblicarlo durante il lockdown? Questo ha comportato delle rinunce per te?

«Nella vita bisogna avere il coraggio di parlare quando hai qualcosa da dire. Per me non era il momento di stare zitto. Abbiamo lavorato a questo disco per un anno: giorni, notti, feriali, festivi. Le persone che mi seguono mi hanno fatto chiaramente capire che la mia musica, in momenti difficili come il lockdown, sarebbe stata di compagnia, di distrazione, di stimolo. La musica è mia nel momento in cui la concepisco, ma poi diventa degli altri. Alla parte economica non ci ho pensato».

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