L’intervista “censurata” a Ella Fitzgerald sul razzismo negli Usa negli anni ’60: «Sono solo un essere umano»

La conversazione tra la cantante jazz e il conduttore radiofonico statunitense Fred Robbins è riemersa dopo 57 anni grazie a un documentario dedicato a Lady Ella

Nel 1963, durante il periodo culmine delle proteste per i diritti civili negli Stati Uniti, la leggendaria interprete jazz Ella Fitzgerald concesse un’intima intervista al popolare conduttore radiofonico newyorkese Fred Robbins. L’intervista non andò mai in onda per ragioni sconosciute, ed è rimasta negli archivi fino alla fine di giugno 2020, quando è stato pubblicato il documentario Ella Fitzgerald: Just One of those Things

Nell’intervista esclusiva, pubblicata per la prima volta nel film, la First lady of song, all’epoca già vincitrice di due Grammy Award (tra cui quello come Miglior performance vocale femminile), racconta al conduttore l’amaro ritorno negli Stati Uniti, dopo esser stata accolta con entusiasmo in tutte le tappe del suo tour internazionale. 

Rientrando negli States, Ella Fitzgerald ripiomba nella realtà razzista del Paese e, con profonda amarezza, confida per la prima volta il suo pensiero sulle discriminazioni e le violenze subite dagli afroamericani, partendo da un semplice esempio professionale. Per Lady Ella, artista riconosciuta e apprezzata a livello mondiale, in quel periodo risultava impossibile esibirsi in alcuni Stati nel sud degli Usa, come in Alabama, a causa del razzismo dilagante. Una situazione discriminante non solo per l’interprete, ma per l’intera popolazione afroamericana negli Stati Uniti.

L’intervista di Ella Fitzgerald

Viaggiando, rimarrai sorpreso dalle cose
che le persone degli altri Paesi dicono quando leggono i giornali.
Domandano: “Accidenti, che cosa sta succedendo?”

E provi imbarazzo, per davvero, rispondi che è pazzesco.
Ma cosa puoi dire? Cosa puoi dire?
Non c’è niente da dire, è davvero pietoso.

Forse sto andando fuori tema, 
ma devo dirlo perché lo sento dal profondo del cuore 
e ti fa stare così male pensare che non possiamo
spostarci verso una certa parte del Sud degli Stati Uniti 
per tenere un concerto, così come facciamo all’estero,
dove tutti vengono ad ascoltare la musica e a godersi la musica, 
a causa dei pregiudizi che ci sono qui. 

Ho spesso taciuto sempre perché le persone mi dicevano:
“Oh, cavolo, mostra che le persone non dovrebbero occuparsi di politica”.

Ma abbiamo viaggiato così tanto e ci siamo stati così tanto vergognati.
E i fan non riescono a capire perché non suoni in Alabama.
O chiedono: “Perché non puoi fare un concerto? La musica è musica”.

I duri a morire, moriranno duramente. Non si arrenderanno.
E dovrai tentare di convincere i più giovani, sono loro quelli che costruiranno il futuro e sono loro quelli di cui dobbiamo preoccuparci, non di quelli duri a morire. 

Questa volta non sono stata in silenzio.
Chissà dove ascolteranno queste parole.
Le ascolteranno nel Sud? 
Distruggeranno i miei dischi dopo averle sentite? 

Per me è insolito parlarne, ma sono felice perché anziché cantare per il cambiamento ho avuto la possibilità di poter dire alcune cose che, in cuor mio, mi fanno paura.

Sono solo un essere umano.

Video, editing e traduzione: Vincenzo Monaco

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