«Sono depositi umani». Ecco perché sono nati i focolai da Coronavirus nelle strutture d’accoglienza «pollaio»

Quel che è successo nel centro di Treviso è solo la punta dell’iceberg: secondo l’Asgi questi luoghi sovraffollati erano già da tempo stati individuati come inadeguati

«La situazione è seria ma non grave». A dirlo è la prefetta di Treviso, Maria Rosaria Laganà. Parla del focolaio di Casier, quello scoppiato nella ex Caserma «Serena», ora adibita a centro di accoglienza per richiedenti asilo e migranti. Non un focolaio qualsiasi, ma il più grande d’Italia: 246 persone contagiate dal Coronvirus tra ospiti e operatori, causato – secondo la Usl 2 – dalla mancata applicazione dei protocolli di sicurezza. I positivi non sono stati isolati e 100 persone sono state infettate in soli 7 giorni.

Niente di grave, insomma, dice Laganà. In fondo sono tutti asintomatici. Eppure la mancata applicazione delle regole di distanziamento fisico è un errore che somiglia poco a una svista. Anche se le cose stessero come ha detto Gianlorenzo Marinese, il presidente dell’associazione Nova Facility che gestisce l’hub di Treviso – e cioè che i «soliti facinorosi» si sono rifiutati di mettersi in isolamento «al grido di “il Covid non esiste”», e che lui non aveva autorità per obbligarli a trasferirsi – la questione non cambia.

Viene da domandarsi se quello dell’ex caserma sia solo un episodio isolato, un caso particolarmente complesso, o se sia la rappresentazione plastica di una difficoltà ben più grande. Per Gianfranco Schiavone, vicepresidente di Asgi – l’associazione che promuove l’informazione in tema di diritto dell’immigrazione e dell’asilo – si tratta di un caso «gravissimo», ma non è un fulmine a ciel sereno.

«Quelle strutture sono depositi umani», spiega al telefono. «Il gestore del centro dice che i migranti non hanno rispettato le regole? Mi chiedo quali. Quali regole possono avere le persone buttate in questi grandi casermoni, dove ogni giorno è uguale alla notte, e dove si vive ammassati 24 ore su 24?».

Matematica del contagio

Un paio di settimane fa, quando in Italia si stava iniziando a fare i conti con i nuovi focolai, il matematico Giovanni Sebastiani aveva analizzato i dati del ministero della Sanità trovando tre categorie principali di cluster. C’erano le catene di contagio derivanti dai casi di importazione – e cioè di persone provenienti da Paesi in cui al momento il virus viaggia più velocemente che da noi.

C’erano i casi di infezione sul luogo di lavoro, dove spesso le persone non hanno a disposizione spazi e strumenti adeguati alla prevenzione. E poi c’era la categoria relativa a «particolari situazioni abitative», contesti in cui vivono decine di persone in pochi metri quadri: «gli standard igienici bassi e la concentrazione di persone in spazi chiusi – diceva Sebastiani – sono veicoli micidiali per il Covid».

Se per quanto riguarda i casi di importazione il contact tracing sembra funzionare, dal punto di vista della successiva gestione dell’accoglienza non sembra esserci nessun accorgimento. Il numero dei contagi di Treviso è «talmente elevato che dimostra come ci sia stato un contagio tra le persone residenti, dato da condizioni di vita inaccettabili», dice Schiavone.

Quello della caserma Serena è un caso eclatante, sì, ma non è fuori dalla logica: già a marzo l’Asgi aveva notato come il sovraffollamento, la prossimità forzata, e lo scarso accesso alle cure e ai servizi igienici sarebbero stati un humus perfetto per la diffusione del virus. Era successo a Roma, al Selam Palace, per esempio. «Strutture ghettizzanti come queste – dice il vicepresidente – sono impossibili da gestire in ogni circostanza. Figurarsi quando si tratta di attuare l’isolamento fiduciario».

Un modello d’accoglienza in stile «pollaio»

Per Schiavone si tratta di un errore di gestione «molto grave» della pubblica amministrazione. Anche se l’accusa di Marinese fosse vera, le condizioni di sicurezza per far andare le cose diversamente «non ci sarebbero state comunque». «Non c’erano dopo la fine del lockdown, quando si poteva uscire, ci si poteva contagiare e si poteva tornare ammassati nelle strutture, e non ci sono ora, con le camere che si affollano di continuo».

Sono strutture di isolamento sociale ma sicuramente non di isolamento fisico. Covid o non Covid, sono già di per sé situazioni negative, che mettono a dura prova la salute dei residenti. «Sono depositi umani, strutture pollaio» dove non ci sono nemmeno abbastanza operatori per poter provare a gestire al meglio la quotidianità. «I decreti di Matteo Salvini – spiega Schiavone – prevedono un operatore ogni 50 ospiti, una riduzione quasi a zero dei mediatori e il taglio all’assistenza psicologica. Una cosa impensabile».

Esempi virtuosi

Secondo Asgi, dunque, sarebbe l’approccio d’accoglienza in sé a essere sbagliato. E una parte di responsabilità è anche degli enti che scelgono di farsi carico di situazioni del genere – spesso «solo a fini di speculazione» e che «poi si lamentano» di non essere riusciti a garantire la sicurezza negli alloggi.

E allora che fare? Secondo Asgi è fondamentale tornare al modello dello Sprar – il sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati – attraverso cui spalmare le persone nelle varie strutture. «Il ripristino dell’accoglienza diffusa, soppressa dai decreti sicurezza, è fondamentale per ripensare il modello in sicurezza», dice Schiavone.

Tra gli esempi positivi c’è Trieste: in virtù della necessità di ampliare gli spazi per l’isolamento fiduciario, si sono aperte altre strutture temporanee per un totale di 330 posti la cui gestione è stata assunta dalla Fondazione diocesana Caritas in collaborazione con ICS. «Nonostante il loro carattere di temporaneità e la necessaria assenza di attività di aggregazione – si legge in un report dedicato ai trend d’accoglienza a Trieste – tutte le strutture di accoglienza temporanea sono di ottimo livello e l’accoglienza avviene in un clima di assoluta normalità».

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