Il Selam Palace, la “zona rossa” di Roma circondata dall’esercito: centinaia di donne e bambini reclusi e già 50 contagiati – Il video

«Impossibile mantenere la distanza sociale tra chi abita qui, c’è un bagno ogni 20 persone», dice Guendalina Curi, assistente sociale e volontaria dell’associazione Cittadini del mondo

Non possono uscire e non possono entrare. Sono 600, 700, forse 800 persone: tra loro, secondo gli ultimi monitoraggi, anche 32 bambini. Sono gli abitanti di quello che a Roma è conosciuto come il Selam Palace: alte palazzine nel quartiere della Romanina, a sud est della Capitale, appena fuori dal Raccordo Anulare.


Un tempo uffici dell’Università di Tor Vergata, dal 2006 casa per un numero imprecisato di persone, soprattutto rifugiati di Sudan, Eritrea, Etiopia e Somalia: un’occupazione “figlia” dello sgombero del famoso Hotel Africa, simbolo dell’ultra decennale disagio abitativo della Capitale e oggi, in tempi di Coronavirus, “bomba sociale e sanitaria”, con (almeno) 50 casi positivi. Bambini inclusi.

L’esercito e la Asl

Dal 6 aprile l’esercito circonda i palazzi occupati. Dal 7 aprile nell’ampio piazzale di ingresso è comparsa la tenda della Asl Roma 2, dove operatori in tuta bianca, guanti, mascherina, completamente ricoperti, come sicurezza e pandemia richiedono, effettuano i tamponi agli abitanti del palazzo. Secondo le informazioni in possesso al municipio e alle associazioni, i test sarebbero terminati ieri, 16 aprile. I casi di contagio confermati ammonterebbero a una cinquantina, ma potrebbero essere di più: per avere i risultati degli ultimi tamponi potrebbero servire un paio di giorni.

Facebook/Donatella D’Angelo

«Da martedì ho visto portare via prima 33 persone risultate positive. Poi in una seconda tornata 18-20. E in un’ultima altre sei. In totale, quasi 60 persone». Donatella D’Angelo è una dottoressa, medico di base.

È la presidente dell’associazione Cittadini Del Mondo, che dal 2006 ogni giovedì ha un laboratorio medico-sociale all’interno dell’occupazione. Una sorta di corte dei miracoli della tenacia, dove da un lato si danno risposte a diabetici, ex tubercolotici curati male nel loro Paesi («ma non certo contagiosi! Scrivetelo, che qui ci manca solo la caccia all’untore»), patologie di ogni genere, e dall’altro si prendono in carico permessi di soggiorno scaduti, documenti persi nella burocrazia, pratiche di rinnovo interminabili, ricerche di lavoro necessarie. Un appuntamento fisso che ora, a causa del virus e dell’impossibilità per chiunque di esterno a entrare in questa inedita “zona rossa” romana, è per il momento sospeso.

Il contagio

«Quando è cominciato l’allarme per l’epidemia abbiamo allertato le autorità – il municipio, la Asl, e poi anche la Regione», spiega Guendalina Curi, assistente sociale e volontaria di Cittadini del Mondo. Il dossier Selam Palace è ovviamente noto, ma con il diffondersi dei contagi in Italia e a Roma «abbiamo ricordato che questa sarebbe stata una situazione ad alto rischio. Non per il fatto che sia un’occupazione, ma perché è un contesto affollato, con tante persone», dice. «Non hanno reagito minimamente ai nostri solleciti. Almeno fino al primo caso».

Dal canto suo la presidente del VII Municipio, Monica Lozzi, del Movimento 5 Stelle, dice di aver fatto lo stesso, scontrandosi con la lentezza di Asl e Regione. «Ma non voglio fare polemica. Il momento richiede collaborazione», dice. È il 6 aprile quando si prende coscienza che all’interno di questa bomba sociale ci sono due casi positivi di Covid-19. «Noi siamo stati avvisati dagli abitanti, che ci hanno raccontato che una coppia di sudanesi era stata portata in ospedale», racconta ancora Guendalina. Il giorno dopo arriva il presidio dell’esercito, poi la Asl e i tamponi. «Chi viene trovato positivo viene portato via: se necessario in ospedale, altrimenti posto in isolamento domiciliare nelle strutture, principalmente alberghi, messi a disposizione dalla Regione.

Per quel che ne sappiamo, gli abitanti del Selam che non avevano bisogno di ricovero sono stati portati in una struttura vicino al carcere di Rebibbia», dice Alessandro Falcioni di Cittadini del Mondo. Due mamme con i loro bambini, tutti positivi, sono invece stati ricoverati all’ospedale pediatrico Bambin Gesù. «Il fatto è che il risultato dei tamponi arriva anche con qualche giorno di ritardo», dice ancora l’assistente sociale. «E i sospetti positivi continuano a vivere dentro, a stretto contatto con gli altri perché tale è la situazione». Anche per chi resta ma è stato in contatto con persone positive l’isolamento, quindi – l’ormai famoso distanziamento sociale – qui dentro è una chimera.

Selam Palace, 8 aprile 2020/Angela Gennaro

Selam Palace prima zona rossa della Capitale

L’occupazione, in fondo, altro non è che la prima “zona rossa” della Capitale. Gli abitanti sono dentro, confinati. «Per il cibo c’è la protezione civile, viene l’Elemosiniere del Papa», monsignor Konrad Krajewski, che ancora ieri mattina arrivava con macchine cariche di viveri e che ha portato anche mascherine e dispositivi di protezione individuale. «E noi come associazione stiamo facendo una campagna di beni di prima necessità che poi – attraverso la Protezione Civile – consegnamo agli abitanti», racconta ancora Alessandro Falcioni.

«E abbiamo attivato una convenzione con la farmacia, che consegna qui come se fosse un domicilio come un altro». In un tentativo di normalità che vede la solidarietà del quartiere, racconta la presidente del Municipio, e persino alcuni tablet per provare a mantenere il diritto alla continuità didattica anche per i bambini. Chi vive dentro al Selam Palace oggi – occupanti storici o di passaggio, che qui trovano un appoggio mentre, da dublinati, fanno le pratiche di rinnovo della protezione internazionale ricevuta in Italia per poi tornare a spostarsi nel resto d’Europa dove hanno magari famiglia e amici – non sa quanto questa situazione di confinamento durerà.

«Nessuno di loro ha ricevuto alcuna comunicazione scritta. Capiscono – è evidente dalla presenza dell’esercito – che non possono uscire né entrare. Ma non hanno, né loro né noi, altre informazioni», dice Guendalina. Per i viveri hanno deciso di autogestirsi. I pacchi arrivano e loro li distribuiscono. Ma la tensione è alle stelle e spesso anche il malcontento per un pacco di spaghetti al posto dei rigatoni del vicino fa per un attimo scoccare le scintille. Che, per il momento, restano tali e non diventano incendio. «La paura del virus qui dentro è tanta, soprattutto da parte di bambini e malati», dice Guendalina.

L’occupazione di Selam Palace

Quella di Selam Palace «non è un’occupazione in senso classico», dice ancora l’assistente sociale. Non c’è dietro un’organizzazione, un movimento. Il 90% di queste persone sono rifugiati o detentori di protezione internazionale, con il diritto a stare in Italia, riconosciuto dallo Stato. «Nel 2006 queste persone erano per strada dopo lo sgombero dell’Hotel Africa alla Stazione Tiburtina. Il comune di Roma mise temporaneamente qui quelle persone: un paio di piani, con un custode che gestiva ingressi e uscite. Dopo un annetto il Comune ha offerto agli abitanti di uscire da qui per andare in alcuni residence. Gli abitanti hanno chiesto di vederli, questi residence. Esistevano davvero?», sorride la volontaria. «Il comune non ha accettato e gli occupanti, dal canto loro, si sono rifiutati di lasciare questo palazzo. Man mano la situazione è degenerata, non c’è più nessun custode e negli anni gli abitanti hanno trasformato per quel che potevano aule e uffici. Ma questi non sono appartamenti, e ancora oggi la situazione è critica: c’è un bagno ogni 20 persone, una doccia ogni trenta. Tante stanze dove vivono in 5-6 sono costruite in cartongesso».

Selam Palace, 8 aprile 2020/Angela Gennaro

In questo microcosmo abitativo c’è di tutto: disoccupati, disperati, tanta gente che lavora, in nero o anche con un regolare contratto. Che fanno quei lavoratori che dal 6 aprile, da quando è cominciato l’isolamento, sono bloccati qui dentro? Hanno un certificato medico di quarantena? «Dopo quattro giorni, la Asl ha fatto loro un giustificativo. Ma siccome i certificati medici devono essere fatti entro 48 ore, chissà», dice la dottoressa D’Angelo.

«Un ragazzo che lavora nella logistica è stato portato via come Covid positivo», racconta ancora D’Angelo. «Non è più un mio paziente ma lo curo comunque. Da quando è stato portato via, ho ricevuto le chiamate di almeno sei medici di base e dei loro dieci pazienti, colleghi di questo ragazzo. Tutti che mi chiedevano: ma è vero che è positivo? Che devo fare con i suoi colleghi?». Colleghi che potrebbero essere stati contagiati. Ma chi li manda in quarantena? «La Asl non ha comunicato ufficialmente la positività. E se io medico di base mi arrischio a mandare in quarantena qualcuno sulla base di una semplice testimonianza, rischio di essere accusata di frode, se poi quell’informazione non è corretta».

La Regione Lazio assicura che la mappatura delle relazioni dei positivi si sta effettuando all’interno del palazzo. Ma l’autoisolamento è possibile? «La mamma di una bambina mi ha chiamata preoccupata per sua figlia, che ha avuto 39 di febbre per giorni. Ora è scesa a 37 per fortuna. È contagiata? Non lo sappiamo». Gli abitanti provano ad autoisolarsi, ma non sempre riescono. «Di certo, più persone portano via, più si libera spazio», chiosa con un sorriso amaro Grazia Forte, anche lei dottoressa che collabora con Cittadini Del Mondo.

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