La violenza senza precedenti della polizia in Bielorussia e il silenzio di Bruxelles: «La popolazione è rimasta sola a combattere»

Gli scontri dopo le elezioni del 9 agosto sono solo la punta dell’iceberg di un regime che da anni calpesta i diritti dei suoi cittadini spiega a Open Olga Dryndova, analista dell’università di Bremen

Che lo Stato di Aleksandr Lukashenko fosse uno tra i più violenti d’Europa non è certo cosa nuova e la reazione della popolazione ai risultati – considerati truccati – delle elezioni, con una larga vittoria dell’attuale presidente – era quantomeno prevedibile. Ad aver sconvolto Minsk è invece «il livello di violenza della polizia senza precedenti nella storia recente», spiega a Open Olga Dryndova, analista politica sulla Bielorussia per l’università di Bremen. «Mi aspettavo delle proteste, ma non che le autorità avrebbero potuto reagire in un modo così brutale». Solo nell’ultima giornata il governo ha arrestato 2mila persone.

Nonostante una forte opposizione, guidata dalla candidata Svetlana Tikhanovskaya, il verdetto delle urne era già stato deciso. E lo sapevano anche in Europa: un’Europa che solo nelle ultime ore sembra essersi accorta di un presidente che da decenni governa Minsk con pugno di ferro. La Bielorussia è l’ultimo Paese del continente dove è ancora in vigore la pena di morte. Le condanne vengono eseguite con un colpo di pistola alla testa e – secondo Human Rights Watch – le famiglie non vengono informate né della data dell’esecuzione né del luogo.

Diritti calpestati

Per ora da Bruxelles sono arrivati i soliti moniti istituzionali. Ma se l’Europa vuole iniziare a contare nel far rispettare i suoi valori democratici non può arrivare sempre – e solo – dopo una catastrofe a raccogliere i cocci. Le immagini che arrivano da Minsk sono le immagini di uno stato che da anni calpesta i diritti dei suoi cittadini. Le persone, rastrellate per strada in queste ore e detenute sono migliaia.

Alcune sono state ferite in modo grave. In molti casi, la loro ubicazione e il numero esatto dei detenuti rimangono sconosciuti, poiché il paese continua a subire interruzioni di Internet. «Le persone hanno cominciato a reagire alla repressione della polizia – aggiunge Dryndova -. all’inizio si erano radunati pacificamente, ma il livello di violenza a cui sono arrivate le autorità li ha spinti a continuare a protestare e con sempre più forza».

Diversi giornalisti, compresi quelli che lavorano con media stranieri, sono stati arrestati. Di alcuni di loro non si ha più traccia, in particolare di Illya Pitalyov, fotoreporter per l’agenzia di stampa Russia Today, Yahor Martsinovich redattore capo del sito bielorusso indipendente Nasha Niva, e Maksim Solopov, giornalista del sito di notizie Meduza. Nel dicembre 2018 sono entrate in vigore modifiche alla legge sui media che richiedono a tutti i siti di informazione online di tenere un registro e a rivelare alle autorità i nomi delle persone che inviano commenti.

«Con il blocco di internet – dice Dryndova – le persone hanno paura che non arriverà alcun aiuto dalla comunità internazionale e dall’Europa». L’Unione europea aveva imposto dure sanzioni contro la Bielorussia nel 2004, ritirate poi nel 2016 nella speranza che Lukashenko potesse moderare le sue tendenza autoritarie. Ma alla mano fin troppo morbida dell’Europa, Lukashenko ha risposto sguinzagliando contro i manifestanti le truppe d’elite dell’esercito bielorusso con fucili e proiettili. «Sono metodi nuovi. Se prima le persone venivano solo picchiate, ora il livello di violenza è andato oltre l’immaginabile».

Torture e detenzioni arbitrarie

Lo scorso anno le Nazioni Unite avevano espresso preoccupazione per le molte detenzioni arbitrarie, le torture e i trattamenti inumani e degradanti a cui vengono sottoposti i detenuti, tra cui molti minorenni e bambini. L’uso sproporzionato della forza nelle ultime ore contro i protestanti bielorussi è la punta dell’iceberg di un regime che gioca con Bruxelles ma si tiene a distanza di sicurezza da Mosca.

Ma d’altronde era già stato evidente durante gli accordi sul Recovery Fund. Neanche la promessa di aiuti economici in cambio di un rispetto dello stato di diritto avevano fatto piegare Paesi come Polonia e Ungheria alle richieste dell’Europa, che alla fine ha ceduto. E così davanti alla brutale repressione di Lukashenko, Bruxelles si risveglia, forse troppo tardi.

Per ora il bilancio parla di un morto e centinaia di feriti. Migliaia sono le persone detenute, altrettante quelle sparite. «Non c’è un centro di coordinamento, sono proteste nate dal basso e spontanee», dice Dryndova. E mentre la candidata dell’opposizione è dovuta fuggire in Lituania, la popolazione bielorussa è rimasta da sola a combattere per la libertà e la democrazia. Bruxelles deve battere un colpo.

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