Coronavirus, Pregliasco: «Seconda ondata? Se non c’è un controllo agli ingressi Schengen è un disastro» – L’intervista

«3/4 dei focolai sono legati a rientri. Non è facile individuarli tutti: una cosa sono i controlli agli aeroporti, alle stazioni, ma già gli arrivi in auto sono più problematici»

«Sono ancora ottimista, anche se la tendenza è ancora in crescita, anche a livello mondiale, dove è davvero imponente». Sull’arrivo di una seconda ondata della pandemia di Coronavirus il virologo Fabrizio Pregliasco, direttore sanitario dell’istituto Galeazzi di Milano, non si sbilancia del tutto. Il trend in crescita non entusiasma di certo, ammette a Open. Mentre l’Italia, nel contesto europeo, sembra circondata e sempre più Paesi decidono quarantene e tamponi obbligatori per chi rientra da Stati europei ormai percepiti a rischio come Spagna, Malta e Grecia.

Professore in Grecia si parla esplicitamente di seconda ondata. C’è da preoccuparsi?

«Effettivamente in quella nazione, ma anche a Malta e in Spagna, non stanno riuscendo a ottenere questo ritmo che abbiamo noi di isolamento e individuazione precoce dei focolai. Probabilmente a causa di un comportamento un po’ più libertario del nostro. Ma anche di un lockdown che è stato per loro più breve, noi lo abbiamo iniziato prima, siamo stati i secondi nel mondo, e la nostra azione più prolungata si fa ancora sentire. Anche se il trend in crescita non entusiasma».

E noi, in Italia, dobbiamo temere l’arrivo di una seconda ondata? Quanto è realistica l’ipotesi?

«Io sono ancora ottimista, anche se la tendenza è sempre in crescita, anche a livello mondiale, dove è davvero imponente. Sono ottimista ma prudente. L’ipotesi su cui lavorare è organizzarsi, nella speranza di riuscire a mantenere quello che sta accadendo oggi grazie a questa capacità, da affinare ulteriormente, nel tracciamento dei casi e nell’individuazione dei focolai. Però un altro elemento è anche la responsabilità del cittadino su inutili e voluttuarie esposizioni, tra discoteche e altro».

Si ha l’impressione che in Europa l’Italia sia l’unico Paese ad essere riuscito davvero ad abbassare la curva dei contagi. Ma adesso siamo circondati da Paesi dove i numeri sono ancora ragguardevoli, come mai loro non ci sono riusciti?

«A parte un po’ di fortuna, perché ci vuole in questo caso visto che le traiettorie del virus sono le più strane possibili, l’azione, come negli incendi, è efficace nel momento in cui l’incendio è piccolo. Siamo riusciti finora a essere efficienti e a individuare molti casi asintomatici. Mi sembra una cosa importante. All’inizio dell’epidemia queste persone non le vedevamo, anche se è chiaro che sono sicuramente meno contagiose di chi ha una bella sintomatologia florida e quindi diffonde concentrazioni ben più evidenti.

I dati, ad oggi, oggettivamente non evidenziano un virus cambiato, però in quei pochi casi che vediamo adesso osserviamo “la parte buona” di questa patologia. La stessa indagine epidemiologica ci dice che almeno il 27% dei casi positivi sono decorsi in modo del tutto asintomatico. Questo è l’elemento che può preoccupare per il futuro: una carica virale che si diffonde e poi il problema è nel momento in cui si molla la presa. Soprattutto lo stress test delle scuole sarà l’elemento importante, la battaglia dell’autunno-inverno».

Capitolo casi d’importazione. I migranti che arrivano sui barconi vengono sottoposti a screening sanitari, invece chi proviene dai Paesi Schengen no. Dove rischiamo di più? Non sarebbe opportuno introdurre maggiori controlli alle frontiere europee?

«Assolutamente sì. Da quel che mi risulta 3/4 dei focolai sono legati a rientri. Non è facile individuarli tutti: una cosa sono i controlli agli aeroporti, alle stazioni, ma già gli arrivi in auto sono più problematici: Schengen non ha veri passi o dogane. Se non c’è un controllo agli ingressi Schengen è un disastro».

Va detto comunque che i casi di contagi tra migranti, nei centri di accoglienza, si stanno moltiplicando. Ci sono dei rischi per la salute pubblica?

«Dipende se c’è un controllo e se rimangono confinati, pur nella dimensione. È una questione di gestione, che sicuramente pone problemi politici sulle modalità. Tra l’altro risulta che nel caso di Treviso si tratta di gente che era qui da anni, semplicemente con pochi servizi igienici e una convivenza molto stretta».

Capitolo vaccino: si è acceso nel mondo politico lo scontro tra chi è favorevole all’obbligo e chi no. Lei, come uomo di scienza, da che parte sta?

«Se si vuole ottenere il risultato dell’immunità di gregge, l’obbligatorietà è la soluzione tecnica migliore. Ci sono tra il 2 e il 5% di italiani ideologicamente contrari e un 15% di dubbiosi. La Legge Lorenzin sulla vaccinazione dei bambini ha forzato un po’ la mano ma ci voleva, perché c’era una situazione che stava un po’, come dire, “sbracando”.

Da un sondaggio della Cattolica di Roma è emerso che il 41% degli intervistati non si vorrebbe vaccinare, anche se fosse disponibile un vaccino contro Sars Cov-2. Con un R0 così non elevato come nel caso di questo Coronavirus si può raggiungere una immunità di gregge con un 60%-70% della popolazione. Tecnicamente sarebbe meglio l’obbligatorietà, ma temo che in questo contesto si farà come con l’app Immuni: una raccomandazione. La scommessa sarà quella di riuscire a convincere una quota elevata di persone».

In copertina ANSA/Mourad Balti Touati

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