Kamala Harris, quella foto dei genitori e la promessa di un’America diversa

Il pragmatismo, unito a una preparazione fuori dal comune, fanno della senatrice dem una vicepresidente pronta a realizzare la missione più difficile: farci innamorare nuovamente degli Stati Uniti

C’è una foto in bianco e nero che ha preso a circolare sui social da quando Joe Biden ha nominato Kamala Harris sua possibile vicepresidente. Ritrae i genitori di Harris da giovani – mamma di origine indiana, papà giamaicano – che guardano fieri e pacifici nell’obbiettivo. Sono gli anni Sessanta del tardo impero segregazionista e delle lotte civili, quando l’America cominciava a mostrare le sue ferite al mondo. I genitori di Kamala si incontrano nella mitica università di Berkeley.

I genitori di Kamala Harris Shyamala Gopalan e Donald Harris in uno scatto degli anni Sessanta

Rappresentano la parte migliore del Paese che si sta formando lontano dalla plastica perfezione degli anni Cinquanta. Shyamala e Donald – lei diventerà una ricercatrice in oncologia, lui un economista – portano le figlie Kamala e Maya alle manifestazioni, le educano alla rivendicazione della propria eguaglianza e libertà senza però perdere di vista un principio: l’America è il luogo migliore dove crescere.

Kamala Harris è il prodotto di questo insegnamento. All’interno di un partito che, a furia di odiare le ingiustizie e il suprematismo, ha cominciato a odiare l’America stessa, Harris ha il compito di tenere insieme proprio la lezione dei suoi genitori: lavorare per un Paese più moderno, e quindi più inclusivo e più giusto, senza dimenticare che non c’è luogo migliore dell’America dove far crescere i propri figli. Alle fantasie distruttive dell’ala più radicale del partito democratico, Harris risponde con un pragmatismo costruttivo.

Lo stesso che l’ha portata negli anni da procuratrice della California a fare le sue scelte basandosi sui singoli casi, mai spinta dall’ideologia. Per questo è stata osteggiata da molti elettori “di sinistra” che la accusano, tra le altre cose, di aver contribuito all’ “incarcerazione di massa” degli afroamericani e di aver protetto l’attuale segretario del Tesoro Steve Mnuchin quando era a capo di OneWest durante un’inchiesta sulla banca.

Se eletta, la sua nomina farà segnare due primati: Harris sarà il primo vicepresidente donna e il primo non bianco. Ma il colore della pelle, così come il genere, non esauriscono la sua identità politica. Che si parli di economia, sanità pubblica o spionaggio russo, la senatrice – e in questo forse ricorda Hillary Clinton – è sempre “la persona più preparata nella stanza”. E anche qui, il merito è di sua madre e del motto con cui ha cresciuto le figlie: «Puoi essere la prima, ma impegnati soprattutto a non essere ultima».

C’è un altro motivo per apprezzare la sua nomina. L’ex procuratrice è la candidata che durante i dibattiti televisivi ha attaccato più duramente Biden, l’unica che è riuscita a zittire il possibile presidente ricordandogli la sua opposizione negli anni Settanta alla cosiddetta desegregation busing, la pratica di trasportare studenti delle minorazione in scuole prevalentemente bianche per superare la segregazione.

Quanti uomini di potere del secolo scorso avrebbero nominato come braccio destro la donna che li ha umiliati pubblicamente in diretta televisiva? Biden l’ha fatto. C’è da sperare che questo ticket, se confermato dagli elettori, trasporterà davvero l’America in un futuro diverso.

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