Coronavirus, il virologo Pregliasco: «Il distanziamento in discoteca serve a poco, meglio mettere le mascherine sempre» – L’intervista

«Difficile un nuovo lockdown nazionale. Se dovesse servire penso che si attuerà in modo mirato», ha detto il professore a Open

Con l’aumento dei casi di Coronavirus torna la polemica sulla movida, in particolare quei luoghi in cui sembrano quasi inevitabili gli affollamenti, e dove l’attenzione per le misure di distanziamento, spesso, sembra essere totalmente assente. Dopo la possibile stretta annunciata dal governo, sono le Regioni in queste ore a muoversi per prime, con l’Emilia Romagna e il Veneto che hanno fissato un limite del 50% alla capienza e introdotto l’obbligo di mascherina nei locali.

«Parlando con i gestori mi dicono che è difficile governare questi aspetti, in particolare far ballare le persone a due metri di distanza, far sì che non si affollino vicino ai banchi. La natura della discoteca è quella», ha osservato a Open il virologo Fabrizio Pregliasco, direttore sanitario dell’istituto Galeazzi di Milano. Di questo e di altro abbiamo discusso con lui.

Professore in queste ore discoteche e locali notturni sono nel mirino. Sono davvero un problema questi luoghi?

«Ci sono delle linee guida che permetterebbero, in linea teorica, di gestire l’organizzazione e il funzionamento delle discoteche. Parlando con i gestori mi dicono che però è difficile governare questi aspetti, in particolare far ballare le persone a due metri di distanza, far sì che non si affollino vicino ai banchi. La natura della discoteca è quella. Basti pensare, ad esempio, al caso di Bob Sinclar, che ha fatto scalpore. Faceva urlare il pubblico, che è poi la cosa peggiore: un conto è respirare, un altro parlare, gridare o tossire, andando a salire come possibile rischio. Un asintomatico che grida diventa elemento di rischio».

Il problema riguarda adesso le discoteche all’aperto.

«All’aperto c’è maggior ricambio d’aria, più spazio, però la difficoltà è attuare davvero quelle indicazioni fattibili, che abbassano il rischio ma non lo azzerano del tutto. Certo parliamo di contatti voluttuari rispetto ad altri più necessari come il lavoro. Anche se, va detto, che anche questo è il lavoro di molti. È una categoria che poi va tutelata dal punto di vista degli effetti economici disastrosi».

Quello che abbiamo capito è l’importanza del tempismo per arginare la diffusione del virus. Ma non sarebbe stato meglio prendere delle misure già ben prima di Ferragosto? Sono questi i giorni di maggior afflusso.

«La progressione di crescita c’è stata nelle ultime due settimane. Il problema è la realizzabilità di questa scelta. In questo momento è affannosa l’organizzazione dei tamponi per le persone che rientrano dall’estero. Il punto è la fattibilità oggettiva rispetto al fatto che non c’è una situazione da lockdown, che sarebbe stata tranchant».

Come stiamo vedendo le Regioni hanno ampio margine decisionale. Dal punto di vista sanitario questa autonomia dei territori, che spesso vanno in ordine sparso, è un punto di forza o di debolezza nel contrasto alla pandemia?

«Un’attività coordinata, che dovrebbe essere addirittura a livello sovranazionale, europeo, ovviamente è molto più efficace. In un’ottica di coordinamento, di interconnessione e interscambio di informazioni, alcune personalizzazioni sono possibili. Però sempre in un’ottica di coordinamento a livello nazionale. A me dispiace che non ci sia a livello europeo, perché ogni nazione va un po’ per conto suo. Il virus se ne frega dei confini».

E delle mascherine all’aperto che ne pensa?

«Di sicuro mette in evidenza il problema. Dover usare la mascherina diventa un segno tangibile della necessità di attenzione. La mascherina chirurgica ha un’efficacia dell’80-90% nel ridurre l’esposizione verso l’esterno, e un 20% invece dall’esterno. Il suo uso rientra in un contesto in cui si dice: siamo tutti contagiosi e quindi la usiamo, in un’ottica di attenzione reciproca. Lo vedo come un elemento che evidenzia l’esigenza di attenzione sul distanziamento, e serve proporzionalmente anche se non è una misura risolutiva, o comunque l’unica».

Si è fatto un gran parlare nei giorni scorsi dell’opportunità, a marzo, di istituire un lockdown nazionale. Professore secondo lei è servito?

«Assolutamente sì. Chiaro che non c’è una scientificità nell’adozione, e nella personalizzazione, di questi interventi. Mi spiego meglio: il lockdown mirato poteva essere utile per danneggiare meno l’economia, ma prendendosi dei rischi. Ed è una scelta politica con la P maiuscola. Senza il lockdown le strutture del centro-nord avrebbero presumibilmente risposto con un’efficienza minore, di quella che si è riusciti a mettere in campo, pur con i mostruosi momenti che abbiamo passato. È stato qualcosa che non dimenticherò nella mia attività ospedaliera. Ho spostato personalmente i morti perché non c’era più posto nella morgue».

Lei vede possibile, in caso di risalita dei contagi, un altro lockdown nazionale?

«Sarà difficile. Penso che, se dovesse servire, si attuerà in modo mirato, monitorando l’andamento dei contagi».

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