Strage di Christchurch in Nuova Zelanda, Brenton Tarrant condannato all’ergastolo: uccise 50 persone

All’attentatore è stata negata la possibilità della libertà condizionale

Brenton Tarrant, il terrorista che il 15 marzo 2019 ha fatto irruzione nella moschea di Al Noor a Christchurch, in Nuova Zelanda, uccidendo 50 persone e ferendone altrettante, è stato condannato all’ergastolo. È la pena più severa prevista dalla giustizia neozelandese, finora mai comminata. Per Tarrant è stata esclusa la possibilità della libertà condizionale.

Tarrant non è stato presente al momento della lettura della sentenza. Era già stata diffusa la notizia secondo cui Tarrant non sarebbe intervenuto in aula, in tribunale, al momento della condanna. La notizia è stata riferita all’Alta Corte di Christchurch: il condannato per omicidio di massa non ha avuto alcuna intenzione di presentare dichiarazioni personali in tribunale prima che la sua sentenza fosse emessa. Si è presentato in aula come legale di se stesso, nonostante accanto a lui un avvocato incaricato di agire come consulente legale abbia presentato osservazioni “brevi” dopo aver ricevuto istruzioni direttamente da Tarrant.

Le parole dei sopravvissuti

Durante la penultima udienza – la terza di quattro – feriti, sopravvissuti e persone vicine alle vittime di quell’attentato hanno continuato a rilasciare dichiarazioni su quello che la strage dello scorso anno ha provocato alla comunità della cittadina neozelandese. Sara Qasem ha raccontato che suo padre Abdelfattah Qasem, 60 anni, è morto da eroe dopo essere stato colpito alla testa nella furia terroristica di Tarrant. Quasem, che nella vita fa l’insegnante, ha chiesto allo stragista di ricordarsi per sempre il nome di suo padre, pronunciandolo ripetutamente davanti alla Corte.

Sazada Akhter si è seduta sulla sua sedia a rotelle e ha pianto mentre la sua straziante dichiarazione veniva letta in tribunale, come riporta l’Herald journal. La ventiseienne ha rivelato come stava progettando di avere un bambino quando Tarrant, pesantemente armato, ha fatto irruzione nella moschea. Dalla sala di preghiera delle donne, ha sentito degli spari ed è corsa fuori. «Stavo scappando da lui e lui mi ha sparato», ha detto. «Sono caduta per strada, non sapevo se mi avesse sparato o se fossi caduta. Pensavo di morire, ho iniziato a recitare il Corano». Ha trascorso molti giorni in ospedale incapace di parlare e, in totale, più di un mese in terapia intensiva.

Come Sazada, molti altri testimoni della tragedia si sono fatti avanti per portare la propria testimonianza alla sbarra, raccontando quei minuti di terrore.

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