Referendum, Julia Cagé: «Taglio dei parlamentari? Per riavvicinare i cittadini alla politica ci vogliono soldi. Pubblici» – L’intervista

Abbiamo parlato del voto in Italia con l’economista che si occupa del rapporto tra partecipazione e finanziamenti alla politica: «Gli elettori non si fidano più dei rappresentanti anche perché non gli assomigliano. Un parlamento credibile non può essere composto quasi esclusivamente da bianchi, maschi, anziani e professionisti»

Domenica e lunedì si vota per il referedum sulla riduzione del numero dei parlamentari, ma se stando ai sondaggi l’esito appare scontato, quel voto – anche secondo una parte del fronte del Sì – è destinato ad aprire una ulteriore discussione sul funzionamento del parlamento e, più in generale, della democrazia italiana. «La democrazia per funzionare ha bisogno di finanziamenti pubblici e anche elevati» spiega Julia Cagé nel suo ultimo libro, uscito per Baldini e Castoldi, Il Prezzo della democrazia. Le abbiamo chiesto cosa pensa di quel che accade in Italia e non solo (anche negli Usa).


Tra le tante riflessioni a cui porta l’idea di un nuovo parlamento ridotto, ce n’è una in particolare che apre una contraddizione: nel parlare della necessità di finanziamenti pubblici ai partiti lei sembra dare per assodato che le elezioni e l’essere presente in parlamento siano l’unico modo per partecipare alla politica. E’ davvero così?

«Non in senso assoluto. La verità è che se la democrazia funzionasse meglio ci sarebbero anche altre forme di partecipazione. Tra l’altro, al momento la partecipazione alle elezioni raggiunge percentuali bassissime, in Francia l’astensionismo è un fenomeno consolidato. Qualcuno potrebbe dire che si può partecipare alla vita politica attraverso le proteste, ma anche questa forma si sta depotenziando. Basta guardare agli scioperi: quante volte i sindacati scendono in piazza contro l’approvazione di una legge che poi passa ugualmente? Attualmente, se devo parlare di una qualche forma di partecipazione dal basso che mi sembra funzioni, l’unica è forse solo quella delle organizzazioni orizzontali ambientaliste a cui aderiscono soprattutto giovani».

Perché Extinction rebellion, per parlare della principale, dovrebbe essere più efficace di un sindacato?

«Sono differenti in termini di organizzazione. I sindacati hanno un’organizzazione verticale: per pesare devi essere eletto leader mentre Extinction Rebellion è completamente orizzontale, non vuole rappresentanza, né leader, e si organizza attraverso piattaforme. Più in generale, i giovani non sembrano convinti  di come funzioni oggi la rappresentanza e anche per questo non aderiscono ai partiti. Sul problema di fondo hanno ragione: il tema è come funzionano i partiti oggi.  Io credo si debba cercare di democratizzare i partiti e occuparci di come si finanzia la democrazia. Organizzare altre forme di partecipazione come fa Extinction rebellion è bello e interessante ma non risolve questo problema di base».

Anche i gilet gialli sono un movimento di base. Quanto hanno avuto impatto sul dibattito pubblico francese?

«I gilet gialli stanno avendo impatto almeno su due aspetti: prima di tutto, coinvolgono una fascia di popolazione che da tempo era lontana dalla politica, per età e status sociale, visto che includono i cosiddetti blue collar, e si sono allargati anche in fasce escluse dalla politica per problemi geografici, diciamo così. Hanno spinto anche il governo a modificare alcune decisioni. Tutte le volte che si è detto che sarebbero scesi in politica, però, non è mai successo. Per due ragioni: prima di tutto anche loro non credono nella rappresentanza; ma la seconda ragione è che non hanno finanziamenti.

Se vuoi emergere come forza politica hai bisogno di fondi, specie per finanziare persone che lavorino a tempo pieno. In Francia non esiste alcun tipo di finanziamento pubblico, neppure indiretto. Macron ha lanciato una raccolta fondi, nel 2016/2017, ed è riuscito a partire senza avere una precedente struttura, ma diciamo che è più facile convincere la gente coi soldi a finanziare Macron di quanto li si possa portare ad aprire il portafogli per i gilet gialli. La mancanza di fondi potrebbe essere il loro principale problema anche in futuro».

Prima del fascismo i movimenti politici di massa, in Italia e non solo, sono partiti senza finanziamenti pubblici. Perché oggi non è possibile fare lo stesso?

«Negli anni ’20 e ’30 i partiti erano qualcosa di nuovo e le persone cercavano dei leader da seguire, dunque erano anche disposti a finanziare la politica. Ora la grande differenza è che i movimenti di base, quando e dove ci sono, non vogliono una leadership, non vogliono diventare dei partiti politici, il che li porta a non occuparsi di cercare donazioni o raccogliere tessere.

Sono talmente contro il sistema che il sistema finisce per non finanziarli. In qualche modo è simile a quanto è accaduto con il movimento “Noi siamo il 99%”: ha rappresentato una mobilitazione forte in Spagna, Italia, Stati uniti e in parte anche in Francia, le persone si aspettavano che ne venisse fuori qualcosa di stabile ma proprio la mancanza di fondi e struttura hanno portato alla scomparsa dell’intero movimento.

Accade per tutte queste mobilitazioni: non vogliono fondi perché non vogliono essere simili ai movimenti politici ma in questo modo dopo un po’ sono destinate alla morte. Per questo anche nel libro parlo della centralità del tema economico, come componente indispensabile per la partecipazione diffusa».

In Italia c’è stato per anni un forte movimento contro i privilegi dei membri del parlamento, rappresentato in particolare, ma non solo, dal Movimento cinque stelle. I Cinque stelle hanno chiesto e ottenuto l’abolizione dei vitalizi, sono i promotori del referendum per il taglio dei numero dei parlamentari che si vota questa domenica. Anche il movimento contro i privilegi è nato come una iniziativa di base, secondo il suo punto di vista è riuscito a riattivare la partecipazione politica dei cittadini?

«Nel libro mi occupo molto dell’Italia perché a lungo il vostro paese è stato un buon esempio di come bisognava organizzare le cose per ampliare la partecipazione politica e ora, al contrario, sembra essere l’esempio di cosa non fare. Ho cercato di capire il perché. Parlando della battaglia dei Cinque stelle a proposito dei privilegi ho evidenziato tre contraddizioni. Partiamo dal fatto che buona parte del loro successo è data proprio dalla mobilitazione contro i privilegi dei politici e per il taglio dei finanziamenti pubblici.

Ora c’è il “2xmille”a cui il Movimento cinque stelle ha deciso di non aderire. Non partecipando al 2Xmille i Cinque stelle non hanno l’obbligo di pubblicare nomi e numero dei loro finanziatori. Mi pare un grosso problema: si è parlato di privilegi ma la democrazia dovrebbe essere anche un problema di trasparenza. Ed ecco le tre cose che non quadrano. Prima di tutto, in generale, i cinque stelle sebbene paladini di una lotta di riforma della politica sono il partito meno attento alla trasparenza, anche organizzativa, tra quelli italiani. Poi, la scelta di non aderire al 2xmille alimenta perlomeno il sospetto che l’abbiano fatto per non essere obbligati a rendere pubblici i loro finanziatori.

Infine, anche la battaglia fatta per tagliare i salari dei deputati non è passata per un dibattito pubblico e trasparente: i Cinque stelle hanno scelto di autotassarsi ma in alcuni casi è poi saltato fuori che alcuni eletti mandavano alla rendicontazione la ricevuta del versamento fatto, per poi cancellarlo. Questo genere di cose non aiutano il dibattito politico. Non sto dicendo che si debba essere di manica larga con i politici ma mi pare che la loro mobilitazione abbia allontanato le persone dalla politica, non il contrario».

Il taglio dei parlamentari potrebbe aprire ad un processo di trasformazione, di riavvicinamento alla politica?

«In Italia negli ultimi anni la partecipazione politica non è affatto aumentata. Come economista dovrei rispondere a questa domanda che non esiste un controfattuale: è possibile che senza i Cinque stelle la situazione sarebbe stata persino peggiore. Diciamo che la tecnica è abbastanza classica: fondi un nuovo partito e dici che tutto ciò che c’era prima è vecchio e da buttare, è quello che hanno fatto. Ha funzionato molto bene in termini di voto, è possibile che accada lo stesso dopo il referendum che taglia i parlamentari, ma non mi pare che questa battaglia abbia coinvolto strati della società che prima erano lontani dalla politica».

Come si potrebbe tentare di far aumentare la partecipazione politica in Italia?

«Nel mio libro faccio due proposte: la prima è aumentare o ripristinare il finanziamento pubblico ai partiti, coinvolgendo le persone. In parte credo che dovrebbe essere un meccanismo ispirato al 2xmille, ma con delle differenze sostanziali: il 2xmille si basa su quanto guadagni e questo mi pare abbastanza illogico, perché in termini di finanziamento i cittadini non sono tutti uguali.

Dunque, al momento della dichiarazione dei redditi, secondo me ogni cittadino dovrebbe aver la possibilità di finanziare con la medesima quantità di denaro il partito che meglio crede. La mia seconda proposta è che esistano assemblee più rappresentative della cittadinanza: al momento non c’è nessuna corrispondenza tra gli eletti e l’effettivo ritratto della cittadinanza e questo vale in particolare per l’Italia».

Cioe?

«Nella pratica vuol dire che se le donne sono la metà della cittadinanza devono essere anche la metà dei rappresentanti, che i poveri devono essere rappresentati in proporzione e non si può avere solo professionisti in parlamento. Mettiamo che tu sia una giovane donna figlia di migranti nordafricani: vai a votare e trovi solo maschi, bianchi e anziani. Ora c’è un enorme differenza tra la faccia che hanno gli elettori e quella degli eletti.

Più ci lavoro più mi viene da pensare ai miei nonni: erano poveri, non molto educati e dalla parte di mia madre immigrati, venivano dalla Spagna. Eppure sono sempre andati a votare anche perché pensavano che prima o poi i loro nipoti avrebbero potuto partecipare direttamente alla politica e governare. Si fidavano del sistema. Oggi, se sei un lavoratore con bassa qualifica, in Italia, pensi – e dal punto di vista statistico hai ragione – che i tuoi nipoti saranno come te e non governeranno mai.

In sintesi: non possiamo buttar via la democrazia rappresentativa in toto perché è ancora il sistema che funziona meglio. Ma dobbiamo rendere obbligatorio per i partiti candidare cittadini che rappresentino il paese, in termini di genere e status sociale».

Quindi il peso dei soldi. Perché è importante che siano pubblici?

«Il mio prossimo libro, tranne una piccola pubblicazione, sarà sulla filantropia. Sia che tu finanzi giornali, sia che tu faccia donazioni a partiti o a associazioni senza scopo di lucro, sono tutti modi per comprare potere politico. E credo che tutte e tre queste cose vadano regolate se vogliamo limitare il potere politico che i ricchi hanno acquisito ora. Tra i vari aspetti da sottolineare c’è anche il fatto che questi finanziatori non hanno nessun obbligo pubblico: scelgono di finanziare cosa vogliono quando vogliono».

La riduzione dei finanziamenti pubblici e ora la battaglia per il taglio dei parlamentari hanno rafforzato il populismo secondo lei?

«Non è una tendenza nuova. Guardiamo all’Italia: la prima volta che il finanziamento pubblico è stato ridotto era il 1993-94, molto prima degli attuali movimenti, come conseguenza del fenomeno Mani Pulite. E’ pero vero che in particolare il Movimento cinque stelle è il principale esponente di tutte queste battaglie, l’ultima delle quali è ora il taglio dei parlamentari.

Tra l’altro in futuro credo che eliminerò definitivamente la parola populismo dalle mie pubblicazioni: confonde le idee, i principi di fondo dei diversi movimenti sono molto diversi tra loro. Usando questo termine paghiamo un prezzo alla chiarezza».

In Italia si vota il referedum sul taglio dei parlamentari ma siamo anche alla vigilia delle elezioni americane che sono spesso portate ad esempio come l’evento principale per la democrazia più forte e radicata del mondo. Qui i finanziamenti pubblici non esistono, è la prova che la democrazia funziona bene anche senza soldi pubblici?

«Non definirei gli Stati Uniti un modello di democrazia. Tra l’altro, nel dibattito sui finanziamenti pubblici ci sono alcune similitudini persino con l’Italia: gli Stati uniti sono stati tra i primi a introdurre e regolare i finanziamenti pubblici alla politica, come l’Italia, e quindi a decidere lo stop.

Negli Usa è stato proprio Barack Obama a bloccare i finanziamenti pubblici per le presidenziali, questo ha portato le minoranze a non tentare di avere propri eletti: nei primi due mandati, afroamericani e latini hanno votato per lui, ma poi si sono allontanati dalle elezioni ulteriormente. Al momento gli Stati uniti sono soprattutto un contro esempio: ci mostrano cosa rischia l’Europa se non pone un freno ai finanziamenti privati».

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