Trasporto locale, il nodo della capienza. I passeggeri romani: «Ci stanno mandando al macello»

Resta in piedi la riduzione dall’80 al 50% dei posti. «Non si capisce come si possa garantire la mancanza di assembramenti con meno corse», dice il rappresentante dei pendolari ferroviari della Capitale

All’indomani della firma del governo sul Dpcm volto a contenere il contagio da Coronavirus, a tenere banco è la questione del trasporto locale. Il nodo da sciogliere è quello sulla capienza: ora è all’80%, ma non è escluso che venga ridotta, magari al 50%, come già ipotizzato negli ultimi giorni. Secondo una valutazione dell’Ufficio studi Asstra, l’associazione che riunisce le società di trasporto pubblici locale, se si verificasse una riduzione del riempimento dei mezzi al 50% «risulterebbe difficile per gli operatori continuare a conciliare il rispetto dei protocolli anti Covid-19 e garantire allo stesso tempo il diritto alla mobilità per diverse centinaia di migliaia di utenti ogni giorno, con il conseguente rischio di fenomeni di assembramento alle fermate e alle stazioni».


Secondo Asstra si impedirebbe a circa 275 mila persone al giorno di beneficiare del servizio di trasporto sia per motivi di studio che di lavoro. La riduzione della capienza dei mezzi di trasporto pubblico richiederebbe parallelamente un aumento delle corse, e quindi dei mezzi disponibili. Ma in alcune zone d’Italia la situazione è già caotica. A Roma, per esempio. Il 9 ottobre sono state cancellate sulla tratta Roma-Viterbo un quarto delle corse ferroviarie a causa – chiarisce la Regione – della mancanza di macchinisti e capitreno disposti a effettuare prestazioni straordinarie.

«La situazione è drammatica, saltano soprattutto le corse serali e Il Dpcm ci penalizza», dichiara a Open Fabrizio Bonanni, rappresentante del comitato pendolari ferroviari Roma Nord. «Non si capisce – aggiunge – come si possa garantire la mancanza di assembramenti con meno corse». Bonanni lamenta anche la mancanza di risposte da parte della Regione Lazio: «Ci stanno mandando al macello. E non c’è nessun controllo che l’80% della capienza sia rispettato. Gli assembramenti sono ormai fisiologici». Secondo Asstra un’altra conseguenza della riduzione della capienza è il passaggio dai mezzi pubblici a quelli privati con un aumento di oltre 250mila spostamenti in auto ogni giorno solo nelle ore di punta mattutine.

Gli studi sul rischio contagio sui mezzi pubblici

Ma qual è il rischio reale di contagio sui mezzi pubblici? Secondo vari studi condotti in tutto il mondo quando i passeggeri indossano una mascherina e rispettano il distanziamento sociale il rischio di infezione è relativamente basso. Tuttavia uno studio condotto dal Clinical Infectious Disease di Oxford suggerisce che la scelta del posto a sedere rispetto a una persona infetta e il tempo di viaggio facciano una grande differenza sulla trasmissione o meno del contagio.

I ricercatori hanno identificato 2.300 pazienti che nel periodo tra dicembre 2019 e febbraio 2020 in Cina, nella città di Wuhan, hanno sviluppato i sintomi del Covid19 entro 14 giorni dal loro viaggio sui treni ad alta velocità. Di 72 mila passeggeri che si sono seduti nei pressi di positivi, solo 234 hanno sviluppato l’infezione dopo il loro viaggio, con un tasso di contagio medio di circa 0,32%. Coloro che sedevano direttamente accanto a una persona infetta avevano il rischio più elevato di contrarre l’infezione, con un tasso medio di attacco del 3,5%. Per coloro che si trovavano nella stessa fila, il tasso medio di trasmissione è stato dell’1,5%. 

Nel periodo tra maggio e luglio le autorità sanitarie francesi hanno invece registrato come nessuno dei focolai individuati a Parigi fosse legato ai trasporti pubblici, secondo quanto riportato dal New York Times. Tuttavia l’attenzione rimane alta. I ricercatori di Oxford suggeriscono di mantenere un distanziamento di almeno due posti e di limitare il tempo di viaggio a 3 ore, in quanto ogni ora passata sui mezzi aumenta dello 0,15% il rischio di infezione.

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