È morto Enzo Mari, l’ultimo maestro della progettazione italiana del Novecento

I modi ruvidi, i riconoscimenti, la critica alla decadenza del «design». Chi era il progettista scomparso all’età di 88 anni

«Ciao Enzo. Te ne vai da Gigante». Così il direttore della Triennale di Milano, l’architetto Stefano Boeri, ha annunciato la morte di Enzo Mari, l’ultimo maestro della progettazione italiana del Novecento. Nato nel 1932 a Cerano, nel novarese, si è spento nella notte all’Ospedale San Raffaele di Milano, dove era ricoverato da alcuni giorni con la moglie, amica e compagna di vita Lea Vergine, critica d’arte, femminista e pioniera della Performance Art.


Cresciuto tra le macerie del secondo conflitto mondiale, Mari iniziò a lavorare da giovanissimo, frequentando – ma mai terminando – l’Accademia di Brera. Nel periodo di frequentazione dell’Accademia di Belle arti incontrò l’amico (nonché altro gigante della progettazione italiana) Bruno Munari. Insieme fecero parte del gruppo di Arte cinetica e programmata, prima di intraprendere a pieno ritmo le strade della progettazione. 

Enzo Mari, oltre la progettazione

Rigoroso, ruvido e brusco nei modi e nel fare, drastico e profondamente critico nei confronti del mondo e dello sviluppo consumistico della produzione industriale, Mari oltre ad aver concepito e progettato prodotti iconici che contribuirono alla nascita e al prestigio del “modello Made in Italy” nel mondo, fu anche un aspro critico e feroce teorico della progettazione italiana (ragion per cui venne anche rinominato “Savonarola” del “design”, ndr). Vinse cinque Compassi d’oro, di cui uno alla carriera. 

Enzo Mari, nel suo lavoro e nei suoi scritti, ha sempre anteposto l’etica al profitto, perseguendo una progettazione che oggi definiremmo «sostenibile», mentre per il maestro era semplicemente e naturalmente «l’unico modo giusto di far le cose». Una sostenibilità non solo nei confronti delle risorse della terra, ma anche verso i sistemi e metodi produttivi, nel rispetto dei lavoratori e dei loro diritti.

In tutto il mio lavoro, la ricerca era quella della dignità: come fare qualche cosa che corrispondesse a una dignità, per me e per gli altri
Enzo Mari

La coscienza della progettazione

Una vita passata a «progettare per non essere progettati», nell’incessante scontro tra realtà e utopia, «contro la ridondanza del banale, nel “design” e nella vita». Una vita tra la feroce critica alla decadenza del «design» e la ricerca della pura e ben più nobile e utile «progettazione», instancabilmente contro l’uso e abuso del termine «creativo». Una vita, quella di Enzo Mari, spesa ad andare in controtendenza rispetto al mondo della progettazione per ragioni profonde, quasi simili ad un credo, anteponendo etica e coscienza umana alla produzione e al consumismo dei prodotti e – in ultima sintesi – delle persone.

Una lotta impari che ha certamente tormentato il progettista, così come l’uomo, Enzo Mari. Ma l’ultimo baluardo novecentesco della coscienza applicata alla progettazione e alla produzione industriale ha saputo offrire anche sorrisi tanto rari quanto genuini, come solo i veri giganti, con la coscienza pulita, concedono agli altri, ma anche a se stessi.

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